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L'azione finale del lavoro sulla fascia
Domenica 12 Settembre 2010 15:34

 Caso clinico completato con le tecniche di lavoro fasciale

La seguente relazione non comporta l'esclusivo utilizzo delle tecniche di Integrazione Fasciale. Ciò nonostante la mie scelta è ricaduta su questo caso poichè il soggetto scelto come caso clinico necessitava di dare una svolta alla sua vita, e l’introduzione delle tecniche di Integrazione Fasciale mi ha consentito di imprimere un’ulteriore spinta evolutiva ad un processo terapeutico che pareva essere entrato in una fase di stallo.

Generalità del paziente:

Anni 25, professione impiegato. Motivo della consultazione: atteggiamento posturale astenico, iperelastosi, dolore muscolare.Racconto spontaneo del paziente:Mal di schiena cronico, dolore e infiammazione alle mani, braccia, gambe, lussazioni recidivanti delle rotule e della mandibola, stanchezza cronica, tutto questo da circa 8-10 anni.

Approfondimento:

Dolori erranti, crampiformi accompagnati da tensione muscolare, insorgono gradualmente specie dopo sforzi intensi o eccesso di attività fisica, torsioni esagerate del tronco e mancanza di riposo; sembra sussistere una relazione con cattive abitudini alimentari e con emozioni quali la preoccupazione eccessiva oltre che con condizioni climatiche quali il calore estivo associato ad umidità.

Storia clinica:

Interventi di chirurgia correttiva per piattismo podalico all’età di 9 anni; ripetuti traumi sportivi, lussazione alluce dx e spalla sx; setto nasale deviato, presbiopia, frequenti malattie da raffreddamento, dissenteria cronica.

Aspettative del paziente:

Migliorare la situazione fisica generale, conoscersi meglio.

Valutazione posturale:

Osservazione globale istintiva, mie sensazioni: astenia, stanchezza, rassegnazione, staticità. Sensazioni del paziente: stanchezza, vago senso di indolenzimento. Osservazione dettagliata: Piedi: arco mediale regolare (chirurgico), alluci valgi bilateralmente. Ginocchia: leggermente intraruotate ed in recurvatum. Cosce: intraruotate. Bacino: antiverso. Addome: prominenza speculare alla lordosi. Torace: ampio ma depresso. Dorso: atteggiamento cifotico. Spalle: curvate in avanti. Testa: antepulsa di conseguenza all’atteggiamento cifotico e al correlato necessario aggiustamento del campo visivo.

Tono fasciale e connettivale:

Tonicità carente nel petto (bisognoso). Bacino. Pur essendo antiverso, esprime stanchezza e compressione. La parte superiore appare massiccia ma carente di energia come la parte inferiore, nelle cosce i quadricipiti sono ipertrofici, ma non danno tanto un’impressione di potenza quanto di supporto passivo. Il lato destro non differisce molto dal sinistro. Il centro appare compresso ma carente di energia come pure gli arti. Il retro, specie il dorso appare possente in contrasto con la parte frontale che malgrado il notevole trofismo pare esprimere debolezza e rassegnazione. Sembrerebbero alternarsi tratti della tipologia dipendente e di quella bisognosa.

Deambulazione:

caracollante”, sembra oscillare da destra a sinistra più che avanzare, a gambe larghe come se cercasse stabilità, il contatto con il pavimento è a “maglio”, pesante, di tallone.

Esame a terra:

La notevole lordosi lombare osservata in piedi a terra sparisce, questo sembra indicare un grande lavoro di adattamento e compenso in posizione eretta, aggravato dall’assenza di un buon grounding e dall’energia renale, a terra l’esigenza di compensare e resistere alla forza di gravità viene meno e le lordosi, come il resto del corpo, mancando di supporto miotensivo, si annullano. Eseguendo test di sollevamento degli arti per valutare le tensioni delle catene posteriori, come vengono lasciati andare questi ricadono mollemente e assai pesantemente.

Dialogo gestaltico:

Ho adottato il dialogo gestaltico solo nelle ultime sedute, quelle basate su Integrazione Fasciale, non come mezzo principale di valutazione ed interazione emozionale ma come integrazione di un processo di evoluzione interiore in fase conclusiva, delegato principalmente ad uno psicoterapeuta al quale ho affidato il soggetto dopo le prime sessioni del lavoro somatico. Comunque quanto appreso durante il master in Integrazione Fasciale mi ha consentito di relazionarmi in maniera più corretta con lo psicoterapeuta e di fornire al paziente nuovi input evolutivi.

Và precisato altresì che a causa delle forti implicazioni viscerali che evidenziavano una relazione tra le cattive abitudini alimentari e i problemi muscolo scheletrici, dopo una prima fase nella quale ho corretto personalmente l’alimentazione del soggetto ottenendo un miglioramento notevole, ma non risolutivo, ho affidato il paziente ad un medico omeopata esperto in intolleranze alimentari.

Di seguito riassumo il percorso terapeutico, fornendo più dettagli relativamente alle ultime sedute, caratterizzate dall’utilizzo quasi esclusivo di Integrazione Fasciale

Premessa

Conoscevo il soggetto sin dall’età di 8 anni in quanto il padre, già mio paziente me lo fece visitare e trattare a causa di frequenti algie muscolari; durante quel periodo il soggetto fu anche visitato da ortopedici a causa di una evidente pronazione degli archi plantari mediali, in seguito subì un intervento finalizzato all’inserimento chirurgico di supporti atti al sostegno dell’arco mediale. All’epoca espressi al padre le mie perplessità (inascoltate) in merito.

Negli anni seguenti ebbi l’occasione di seguire lo sviluppo del paziente a causa della sua necessità di ricevere trattamenti manuali per risolvere i frequenti problemi muscolari e articolari a cui era soggetto. Parlando con lui ebbi modo di osservare in quegli anni una personalità caratterizzata da spiccata intelligenza ma anche da sottomissione alla figura paterna, da introversione e da una caratteristica andatura sempre più oscillante e pesante a causa della quale era facile notarlo mentre si recava verso l’oratorio, il luogo nel quale passava più tempo…

Continuai a vederlo periodicamente per i soliti problemi anche durante gli anni degli studi universitari, ma durante un trattamento sentii la necessità di instaurare con Nicola, che iniziava ad essere più comunicativo, un dialogo ora possibile in quanto ormai egli era un adulto e (se l’avesse voluto) non più un ragazzino sottomesso al volere della figura paterna.

Ero realmente dispiaciuto nel constatare il persistere, anzi l’aggravarsi e il moltiplicarsi di disturbi, non solo strutturali. Sentivo il bisogno di dargli la speranza di cambiare rotta e glielo dissi. Non potevo garantirgli nulla, ovviamente, ma avevo la certezza di poterlo aiutare, e per far questo dovevamo uscire dall'’ottica del trattamento sintomatico che non era in grado di influire su una situazione che appariva sempre più pesante. Il paziente sembrava colpito dalle mie parole. Ci lasciammo con l’accordo di riparlarne appena terminati gli studi (triennali). Sapevo di essermi assunto una grande responsabilità morale nei confronti del ragazzo, ma confidavo che un’alleanza terapeutica fondata sulla mia passione e caparbietà e sulla volontà e intelligenza del paziente poteva sortire risultati notevoli.

Più avanti ricevetti una telefonata dal paziente che si diceva pronto ad iniziare il percorso.

Relazione

Sapevo che era necessario valutare il paziente nella maniera più possibile (relativamente alla mie conoscenze) dettagliata e lo feci facendo uso di schede di valutazione integrata e protocolli interpretativi che ho elaborato in questi ultimi anni e ai quali sto ancora lavorando. Durante la prima visita, all’inizi di Novembre iniziai a redarre l’'anamnesi clinica, oltre a quella basata sulle mie nozioni di MTC per passare poi ad una valutazione palpatoria delle aree energetiche addominali e dorsali.

La raccolta dei dati proseguì durante la seconda sessione, durante la quale utilizzai la valutazione obbiettiva del metodo Mèzières, (osservazione statica nelle diverse posizioni, fotografie, deambulazione, test dinamici basati sulla mensa in tensione globale in diverse posture, osservazione obbiettiva visiva e manuale delle dismetrie in posizione supina, influenza occlusale e visiva) più dettagliata di quella utilizzata in Integrazione fasciale ma meno ”ricca” sotto il profilo psicologico ed energetico, basata più sui dati obbiettivi che sul feedback.

Con i dati a mia disposizione preparai, come mia consuetudine nei casi complessi, un piano terapeutico articolato che prevedeva nella prima fase diversi tipi di interventi, intervallati da verifiche intermedie, allo scopo di tracciare un percorso caratterizzato da efficacia ed evolutività e misi in conto l’eventualità di dover utilizzare alcune sessioni di terapia per scopi esplorativi; la pretesa di cambiare la vita di una persona, pur con la sua collaborazione, non è cosa da poco, e sapevo di potermi prendere il tempo necessario, confortato dall’intelligenza del paziente e dalla fiducia accordatami.

Dopo le prima sessione di lavoro però, essendo a conoscenza delle sue cattive abitudini alimentari (già corrette dal sottoscritto, tramite una strutturazione eubiotica, con buoni risultati), supportato dalla valutazione effettuata secondo i criteri diagnostici della Medicina Tradizionale Cinese che evidenziava un’alterazione dell’asse energetico Milza/Pancreas-Stomaco, il quale a livello strutturale domina muscoli e tessuto connettivo, disturbi scatenati dal clima caldo-umido, dalla preoccupazione e riflessione ossessiva, ricerca del sapore dolce (carboidrati, dolci, cioccolata) e convinto perciò dell’incidenza di una cattiva biochimica sul dolore cronico e sull’astenia del paziente, mi persuasi della necessità di inviarlo ad un amico omeopata esperto in intolleranze alimentari, che riscontrò una spiccata intolleranza al frumento, ma anche al lattosio e allo zucchero raffinato. L’integrazione delle mie indicazioni con l’'eliminazione degli alimenti allergenici diede risultati apprezzabili sin dall’inizio, risultati consolidati nei mesi a seguire con aumento dell’energia e diminuzione del dolore muscolare e della frequenza dei raffreddori.

Data la forte incidenza della biochimica e dello stato di stress sulla salute del paziente decisi di intervenire a livello posturale dopo aver lavorato per un po’ di sedute sul piano energetico con trattamenti Shiatsu e moxibustione e di insegnare a Nicola esercizi di Do-in (auto trattamento addominale, respirazione e meditazione sul tanden)

Dato che i primi otto trattamenti associati al regime alimentare avevano prodotto buoni risultati il mio paziente affermava di sentirsi molto meglio decisi di iniziare a lavorare con tecniche strutturali attive (Mézières) nell’ottica di procedere dall’interno, causa del malessere del paziente, verso l’esterno, terreno di manifestazione.

Da allora passarono 9 mesi durante i quali lo vidi con una frequenza settimanale abbastanza regolare (28 sessioni) riscontrando un progressivo miglioramento delle condizioni generali di salute, compresi i sintomi (dolenzia, distorsioni e lussazioni ripetute) per i quali si era affidato a me e che ormai erano solo quasi un ricordo. Il numero delle sedute era elevato, ma sapevamo che un vero percorso evolutivo non poteva essere breve, inoltre due elementi mi spingevano a proseguire il percorso (il più lungo da me intrapreso, normalmente le problematiche croniche, anche se supportate da un terreno dismorfico le affrontavo con cicli di terapia che andavano dalle 10 alle 20 sedute): i progressi, seppur intervallati da brevi battute di arresto e momentanee regressioni, continuavano, e soprattutto, manifestava il forte desiderio di proseguire, il che non era a mio parere una forma di dipendenza, ma entusiasmo nel constatare i continui miglioramenti ed un innato desiderio di autoconoscenza ed autodeterminazione.

Le verifiche periodiche avevano messo in luce, oltre i grandi cambiamenti biochimici, strutturali e psichici (il triangolo della salute della kinesiologia applicata) un dato, che per me era fondamentale e che mi dava grande soddisfazione: Il paziente non camminava più con passo pesante, rumoroso, strascicato e barcollante, al limite dell’handicap. Il dato mi riempiva di gioia, poiché la deambulazione come detto all’inizio caratterizzava negativamente la sua vita da oltre 10 anni, da quando cioè subì l’intervento agli archi plantari. Ancora una volta la vitalità si dimostrava più forte degli interventi invasivi dell’uomo, in natura e nel corpo umano, e per me, semplice facilitatore di processi vitali questa era una grande soddisfazione.

A questo punto entra in campo la mia recente esperienza in Integrazione Fasciale.

Da tempo pensavo che fosse giunta l’ora per il paziente di camminare con le sue gambe, i miglioramenti erano ormai consolidati e il mio compito si stava esaurendo, dato che le sedute sembravano mettere in evidenza una stabilizzazione della situazione, decidemmo allora di comune accordo di passare ad un frequenza quindicinale, con l’intenzione da parte mia di passare in brevissimo tempo ad un trattamento mensile, sino al distacco totale.

Chiamerò ora per comodità il paziente con il termine “N.”

Introduzione dell’ Integrazione Fasciale

Ma i miei propositi furono resi vani da una distorsione al ginocchio destro che N. si era procurato giocando al pallone, per aver dimenticato con sacrosanta incoscienza giovanile i vecchi traumi e lussazioni, grazie alla nuova energia che gli dava modo di affrontare lo sforzo fisico come tutti gli altri; risolsi brillantemente il problema decidendo di non trattare la distorsione con le consuete tecniche manipolative, ma partendo dalla constatazione che le ginocchia di N. Decisi allora di intervenire seguendo le regole dei meridiani miofasciali, e ricordandomi della lezione sulla LSP lavorai in direzione caudale sul retto femorale (ipertrofico) e in direzione craniale sugli ischiocrurali. Va detto che ho sempre inserito tecniche Deep sulla muscolatura profonda come complemento alla rieducazione posturale, ma non con questa ottica, e il risultato fu quasi immediato, con sorpresa da parte mia e naturalmente soddisfazione di N. Dopo l’intervento conclusi la seduta con lavoro attivo Mèzières; premetto che ogni volta che facevo eseguire a Nicola l’esercizio assistito “squadra a gambe levate”, dopo alcune contrazioni isometriche su espirazione profonda si verificava una fortissima scarica bioenergetica negli arti inferiori, al punto da dover contrarre la muscolatura addominale per contrastare le tallonate ad altissima frequenza che mi arrivavano, ma questa volta la scarica fu ancora più forte, dopo l’ esercizio N. riferì di un senso di liberazione nelle gambe mai provato prima.

Ci rivedemmo dopo un mese, N. mi riferì che il dolore al ginocchio era completamente sparito subito dopo la sessione, incoraggiato da nicola decisi di programmare alcune sedute con cadenza quindicinale basate esclusivamente sulle tecniche di Integrazione Fasciale, con l’obbiettivo dichiarato di imprimere un’ulteriore spinta al processo evolutivo; all’epoca non avevo ancora le idee chiare su come impostare un percorso terapeutico basato su I.F. e decisi di proseguire semplicemente utilizzando le tecniche fasciali in sede delle posture di allungamento globale utilizzate fino ad allora e cercando di sostituire gradualmente la valutazione obbiettiva Mèzières con quella fasciale.

 

Prima sessione: osservando il torace, ancora depresso malgrado il lavoro fatto fino ad allora e ascoltando la richiesta di N. di intervenire sul dorso, a suo dire molto teso, optai per carica/scarica bioenergetica seguita da lavoro sulla fascia sternale, seguito quindi da integrazione, attivazione e trattamento dei trapezio e della fascia paravertebrale in posizione seduta ed integrazione finale, con grande partecipazione da parte di N., che al termine sentiva il torace aperto associato a sollievo dal dolore dorsale.

 

Seconda sessione: trattamento di tutta la LSP, vissuto con molto dolore da N., che a fine sessione riferisce di sentire il passo più sicuro e ammorbidimento dei polpacci.

 

Terza sessione: N. ha mangiato cibo contenente farina di grano e si sente intossicato e indolenzito, ripeto il lavoro sulla LSP contenendo l’enfasi, date le condizioni non ottimali del soggetto, che al termine si sente comunque meglio.

 

Quarta sessione: tragitto addominale e toracico della LSA, e integrazione, molto dolore specie per quanto riguarda l’addome, al termine N. avverte di possedere un addome molto più presente e più spazio per gli organi.

 

Quinta sessione: ripeto il lavoro, associando il retto femorale e integrando, ulteriore incremento delle sensazioni riportate dopo la sessione precedente.

 

Sesta sessione: proviamo la postura a gambe levate, e con grande sorpresa di entambi, è sparita la potentissima scarica bioenergetica e N. avverte molta più forza nel retto addominale; il lavoro sulla LSA/canale di Stomaco ha fatto miracoli! Torno a lavorare sul tratto addominale della LSA e completo il lavoro sul piano profondo trattando lo psoas. Al termine N. si sente più dritto e agile e dice di sentirsi “seduto” sulle gambe, sensazione interpretabile come una maggior retroversione del bacino. In quel frangente entrambi diveniamo consapevoli del fatto che la sua struttura è sempre stata un’impalcatura non funzionale dinamicamente, idonea solo al sostentamento e a costituire una corazza possente all’apparenza, ma molle, permeabile alle influenze esterne.

 

Settima sessione: con la finalità di consolidare i risultati ottenuti con la quinta sessione tratto nuovamente l’addome e il retto femorale in direzione craniale, associando il lavoro in direzione caudale sugli ischio crurali e stabilizzando il tutto tramite lavoro attivo in posizione seduta.

 

Ottava sessione: siamo tornati alla cadenza mensile, N. ha mantenuto l’assetto e il benessere acquisito con l’ingresso di I.F. nel suo percorso evolutivo. Penso di poter affermare che I.F. mi ha dato la possibilità di superare inaspettatamente quella che credevo fosse la conclusione del percorso terapeutico e che era invece una fase di stallo che poteva essere superata solo con un nuovo ed efficace strumento quale I.F. si è rivelato.

 

Conclusioni

Il rapporto terapeutico non è ancora definitivamente concluso. Probabilmente stabilirò una pausa estiva per lasciare che il processo evolutivo prosegua autonomamente e per far sì che N. letteralmente cammini con le proprie gambe, incrementando il senso di autonomia e fiducia in se stesso.

Nonostante io abbia sviluppato una mia procedura di intervento integrato aperta a innovazioni, molto articolata e soddisfacente nei risultati nella quale ho inserito sin dall'’inizio le tecniche di Integrazione Fasciale, non escludo assolutamente, una volta acquisiti e “metabolizzati” tutti gli strumenti e le strategie, di prendere in carico, valutare e trattare nuovi pazienti tramite l’impiego esclusivo di I.F., in virtù della ricchezza e completezza del metodo dei Meridiani Miofasciali così come ci è stato trasmesso da Marco, in una versione coinvolgente, emozionante e difficile come spesso è la vita.