Ciclo vitale e desiderio

Scritto dal dott. Marco Montanari Psicologo Psicoterapeuta Integrazione Posturale.

In natura si manifestano eterni cicli di movimento e di quiete. Una pioggia scrosciante precede la comparsa dei primi raggi di sole e calmi cinguettii di uccellini. Un’impetuosa tempesta di sabbia volge nel silenzio delle dune al tramonto. Il violento moto ondoso converte in una placida bonaccia. Ogni celebrazione vitale arriva alla massima espressione poi tende alla quiete e si risolve in essa. Anche il movimento stesso contiene la quiete. L’agitazione torrenziale di tonnellate d’acqua delle cascate di Iguazu rivelano una maestosa e intrinseca quiete. Ho potuto sentire davanti a quella presenza una natura divina e imperturbabile, una staticità spirituale in armonia col movimento. Ancora più immediato è percepire il continuo ciclo di azione e riposo negli avvenimenti tangibili. Antiche civiltà, come quella greca, raffiguravano il tempo con l’immagine di una ruota che gira su se stessa. Il rito e le ritualità, i loro gesti che si ripetono, sono sempre stati simbolo di eternità, chiave d’accesso alla dimensione spirituale. La vita è un’eternità di movimento e quiete.

Nel nostro organismo l’attivazione e la quiete sono regolate dal sistema nervoso autonomo: il sistema nervoso simpatico e quello parasimpatico.

Il piacere in molti casi è riduzione di una tensione. Si prova una piena soddisfazione dopo un intenso sforzo o un’intensa eccitazione: l’orgasmo, ad esempio, è la risoluzione dell’eccitazione sessuale. Il passaggio dalla fatica al riposo, dall’emozione negativa a quella positiva, attraversa tutta la gamma dei vissuti, dai più piacevoli ai più dolorosi.

Riuscendo a vivere pienamente e intensamente questo fluire di stati d’animo, favoriamo il passaggio da un sistema ad un altro in un armonioso flusso vitale. Diversamente, se per qualsiasi motivo ambientale, culturale, morale, personale, le reazioni emotive sono bloccate, i due sistemi possono interferire a vicenda o sovrapporsi. È il caso in cui un’emozione non si esprime pienamente o non è possibile riconoscere fino in fondo uno stato d’animo. Le azioni perdono così di intensità e d’efficacia con il risultato di non riuscire a volte a portare avanti con chiarezza un compito o un progetto. Anche il riposo ed il sonno possono risultare disturbati, ci possiamo sentire “sfasati” portandoci dentro qualcosa di irrisolto. La tendenza verso la quiete è una necessità dinamica, serve ad armonizzare un movimento che si conclude. La condizione di quiete che intendiamo qui non è un vuoto sterile, tutt’altro, è quell’appagamento che posticipa un’esperienza pienamente vissuta. Ogni riorganizzazione ed ogni sintesi avviene nella quiete, è un balsamo che ammorbidisce il ricordo degli sforzi compiuti, risolve e ferma un’insofferente avanzare senza sosta.

Molti disagi sono dovuti alla mancanza di momenti di quiete. Spesso siamo come treni in corsa senza stazioni. Quando dialoghiamo, i discorsi iniziano e finiscono, nel mezzo ci sono intervalli, respiri, le frasi scritte alternano virgole e finiscono il periodo in un punto. Nonostante siano diverse le rappresentazioni delle pause, tutte le lingue del mondo rispettano questi intervalli, essi sono universali.

L’attività la conosciamo molto bene, la quiete un po’ meno. Durante una giornata mentre siamo impegnati in un’attività attendiamo attimi più piacevoli volgendo l’attenzione a ciò che deve ancora accadere. Il piacere viene posticipato, attribuito ad un momento migliore rispetto al qui ed ora. Il presente diventa un luogo di passaggio verso una situazione futura più consona in cui finalmente rilassarci e godere. Quando lavoriamo pensiamo al break dell’aperitivo, durante un incontro non vediamo l’ora di tornare a casa, se stiamo per andare in vacanza contiamo con impazienza i giorni che mancano.

Guardare altrove è il preambolo del desiderio: se non ci proiettassimo nel futuro non potremmo desiderare. Ma va distinta l’immagine del desiderio da quella destinata ad essere una fuga da un presente carente di soddisfazioni. L’essere altrove può diventare un’attitudine per portarci lontano da una frustrazione. Allora scalpitiamo nel presente e camminiamo sui carboni ardenti! A volte è tale l’inquietudine da abituarci ad essere distratti da qualsiasi altra cosa.

Questi momenti sono un’importante occasione per prendere consapevolezza di quanto sia importante scegliere un’altra destinazione, cambiare meta, iniziare un nuovo viaggio, scandire la nascita di un nuovo desiderio.

Il percorso del desiderio è come il viaggio dell’eroe, come la storia di Ulisse. L’eroe parte da casa con un’idea di conquista ben precisa, affronta le sfide lungo il percorso e torna. È diverso, cambiato. Gli ostacoli mettono a dura prova le sua capacità, temprano il suo coraggio. L’eroe non sa quando rincaserà, nemmeno è a conoscenza prima del tempo di quanti e quali impedimenti dovrà ancora incontrare, sa solo che si opporrà fermamente a tutte le contrarietà senza perdersi d’animo. Una volta raggiunta la meta sarà diverso, un uomo nuovo, con nuove qualità e valori. Nel suo viaggio Ulisse rimane solo, i suoi compagni non riescono a superare gli ostacoli, tutti muoiono dispersi mancando di rivedere la loro casa. Ulisse invece riesce a tornare. Rimane fedele a due aspetti: in primo luogo non perde mai di vista la meta, in secondo luogo, ma altrettanto importante, è abbastanza temerario e furbo da far fronte a tutte le difficoltà. Sono entrambe attitudini necessarie in un desiderio.

Un’attenzione impaziente e concentrata verso la meta rischia di trascurare il presente. Un presente troppo ostico, difficile, ancora lontano da come lo vorremmo vedere, non accettabile.

Il desiderio è quindi come una grande onda che cresce e si esprime al massimo delle sue potenzialità, si realizza e poi decresce e si riposa. È l’intero viaggio dell’eroe. È come il tragitto del giavellotto che compie una ampia curva nel cielo e poi affonda nel terreno. Ma nell’intero arco altri flussi di carica e quiete si alternano. Uno per ogni prova, uno per ogni momento cruciale, uno per ogni giornata, uno per ogni istante. Infiniti e continui impeti dove ci scontriamo e ci riposiamo, ci disorganizziamo e ci riorganizziamo. Alla fine di un ciclo nella sospensione metabolizziamo, ricoordiniamo. Una delle strategie di guerra più importanti descritta nei trentasei stratagemmi cinesi è quella di sapersi fermare, aspettare pazientemente, osservare, per dedicarsi nel migliore dei modi all’atto successivo.

La veloce turbolenza degli eventi quotidiani e le richieste dell’ambiente non danno spazio alla nostra onda di scendere, di riposarsi e concludersi. Questa pausa tarda ad arrivare o addirittura non arriva mai. Con difficoltà guardiamo il valore delle azioni raggiunte. Ogni cosa perde il suo merito per impegnare energie verso ciò che è più utile, più urgente e imminente.

Sono rari i momenti in cui “scendere”, detensionarsi, in cui poter contemplare gli eventi appena accaduti o poterne vedere gli effetti.

Momenti in cui le cose si assimilano, vengono metabolizzate, come tanti granelli di sabbia nell’acqua che si depositano e trovano il loro posto.

La contemplazione è quello stato in cui lasciamo scorrere il flusso dei pensieri e dei giudizi per osservare i fenomeni come sono, nella loro essenza, nel loro significato. Contemplazione e concentrazione sono le chiavi della comprensione.

Riguardo alla concentrazione Keyserling scrive: “la facoltà di concentrazione è la vera e propria energia propulsiva del nostro intero meccanismo psichico, non v’è nulla che ne aumenti la capacità operativa quanto il suo potenziamento, e ogni successo, in ogni ambito, è riconducibile allo sfruttamento intelligente di tale energia. Non v’è ostacolo che possa resistere durevolmente a un’energia volitiva eccezionale, concentrata all’estremo”. Quando ci concentriamo è come se raccogliessimo tutte le schegge sparse di un vaso infranto e le incollassimo accuratamente. La vita stessa tende per sua natura verso uno scopo, verso la realizzazione e verso un proprio intento. Il processo vitale è un’opera di armonizzazione e sintesi, un processo di per se stesso sintropico, cioè dotato di una sua energia coesiva.

Il desiderio quando è connesso alla vita è incluso in questo processo, la sua onda cresce si attiva al massimo, si realizza e decresce. Ogni fenomeno di quest’onda è un’azione concreta, sia negli aspetti dinamici che in quelli di quiete, le forze propulsive sono la concentrazione in quello che si sta facendo, la contemplazione di quello che si è già fatto e una sana e concreta aspirazione verso la meta.

Affrontare il dolore e la sofferenza

La persecuzione non causa sofferenza all’uomo giusto, né l’oppressione lo distrugge se egli è schierato dalla parte sana della verità. Socrate sorrideva prendendo il veleno, e Stefano sorrideva mentre veniva lapidato. Ciò che realmente fa soffrire è la nostra coscienza, che duole nell’essere contrariata e muore nell’essere tradita”. Kahlil Gibran.

Se diamo uno sguardo ai momenti difficili, tante sono le occasioni nelle quali dolore e sofferenza ci hanno portato ad arretrare o addirittura a rinunciare ai nostri più profondi sogni e alle più segrete aspirazioni.

Se il dolore è fisico la sofferenza è più psicologica. Sotto effetto del dolore e della sofferenza la vita si chiude ad ogni stimolo, diventa come una stanza occupata e claustrofobica, come una palude che ci ingloba sommergendo e rallentando tutto. L’urlo della sofferenza ha il sapore della pietra dura e, a volte, la consistenza di un volo nel vuoto. Spesso si ha l’impressione di essere braccati, prede di un destino avverso o condannati da un torturatore che ha preso di mira proprio noi, e agisce da chissà quale luogo e chissà per quale motivo. Il dolore non è sempre manifesto, può essere anche in forma latente. Quando è in uno stato latente, lo possiamo paragonare ad un ospite indesiderato da tenere d’occhio e da “afferrare” nel momento in cui appare. La nostra “arma” consiste nella vigile attenzione verso qualsiasi segno di infelicità, irritazione, impazienza e nervosismo, traccie energetiche che odorano della vicinanza imminente del disagio. Non guardando il cielo non ci accorgiamo dell’arrivo di un temporale e lo scroscio di una pioggia improvvisa anticipa la ricerca di riparo, così lo stato di latenza senza essere avvistato da una attenta vigilanza si trasforma in un lampo nello stato manifesto, irrompendo insieme a inattese sorprese. Dalla finestra di casa mia vedo un albero di ciliegio che in Aprile getta i primi fiori bianchi. Con il primo caldo diventa bellissimo, si esprime vivace e puro in mezzo al prato di erba fine.

Questa fioritura in inverno è sostituita da tronchi nudi, lunghi ed umidi. Guardando in con il freddo i rami spogli posso ritrovare dentro di me la lucente immagine dei fiori. Se potessi spingere il fast forward avnzando velocemente il tempo e ritrovandomi appoggiato al davanzale con i capelli un po’ più lunghi a respirare la dolce brezza della primavera, ammirerei il bianco candore del ciliegio. È solo una questione di tempo. La comparsa dei fiori è già nei rami spogli. I fiori sono già li, in uno stato latente.

Nel buddismo del Sutra del Loto l’effetto latente ( nyo ze ka) indica il volto del karma delle azioni compiute nel passato e la direzione che prenderanno al momento attuale. Nichikan Shonin un patriarca buddista scrive: “il fatto che la mente produca felicità o disgrazia dipende dall’averle prodotte in passato. In questo senso, ciò che la mente ha prodotto è la causa interna, ciò che produrrà è l’effetto latente. In realtà entrambi dimorano simultaneamente nella nostra vita”. C’è chi ha una intolleranza estrema al dolore. Toccando il corpo scatta come se si sfregasse sulla pelle viva. La reattività è come quella di un nervo scoperto. Si può dire che quando non c’è una adeguata sopportazione a questi stimoli, manca un contenitore abbastanza capiente in grado di racchiuderli. Il vaso pronto a raccogliere è una delle immagini più simboliche della dottrina taoista: rappresenta la qualità dell’inclusione. Un importante requisito per trasformare il dolore e la sofferenza sta nello sviluppo di un contenitore vasto a sufficienza per far fronte alla ingombranza dei tormenti interni. Non stiamo parlando di un contenitore concreto come può essere una brocca o un’anfora, ma di un atteggiamento verso, una capacità di stare, una attitudine. Anche nella dottrina buddista vengono citati i quattro elementi di aria, acqua, terra e fuoco per indicare le importanti virtù di includere e trasformare. La grandezza della terra accoglie le sostanze immonde e sudice come gli escrementi e le trasforma senza esserne danneggiata. L’acqua è il luogo dove vi possono essere immersi elementi contaminati e inquinanti che vengono ricevuti senza attaccamento, trasformati e mondati. Il fuoco ha la virtù di bruciare, purificare e trasformare ogni cosa. Infine l’aria porta ogni odore, olezzi ed esalazioni cattive, ed ha la dote di trasportarli e dissiparli. Il Budda esortò i suoi discepoli bhikkhu ad essere come il cielo, per metterli in guardia a non farsi turbare dalle offese. Quando qualcuno sputa verso il cielo, lo sputo non rimane attaccato ma ritorna indietro e ricade sulla sua faccia. Mi colpì la descrizione riportata da Ilario assagioli quando ascoltò la risposta di uno Swami indiano su come affrontare attacchi e vincere una eccessiva sensibilità emotiva. Il maestro gli riferì: “…Quando noi ampliamo tanto il nostro amore si da comprendere tutti nell’ambito di esso…”. Un elefante viene accolto diversamente se entra in un piccolo stagno o in un grande lago, nel primo caso solleverà spruzzi di acqua smuovendo fango mentre nel secondo caso non turberà la pacatezza e l’immobilità del bacino che lo ospita. Pertanto il nostro contenitore ampio e vasto come un grande lago, illimitato come il cielo, accogliente come la terra, puro come l’acqua sarà in grado di includere ogni afflizione. Quando usiamo il termine contenitore non ci riferiamo al limitato concetto fisico di contenere, che a volte può essere confuso con l’atteggiamento di sopportare o di farsi carico. La percezione della immensità della nostra vita attraverso virtuose qualità umane quali pazienza, saggezza, forza d’animo e capacità di rinnovamento, dentro ognuno di noi accrescono la facoltà di far fronte agli eventi e di ampliare la capacità di contenerli.

Diversamente accade quando gli ostacoli delle inquietudini soffocano ogni spinta evolutiva ed ogni entusiasmo. Se il piacere porta ad espansione, nei sentimenti, nei contatti e nella condivisione della vitalità, il dolore porta a chiusura. Aumenta la tendenza a scontrarci ad evitare le relazioni o ad essere autodistruttivi. Eppure il dolore è anche un passaggio obbligato per il “ritorno alla vita”. Lowen ha spiegato questo passaggio con chiarezza nell’esempio dell’assideramento. Quando abbiamo un principio di congelamento ce ne accorgiamo solo nel momento che entriamo in un ambiente caldo dove, da una insensibilità precedente, affiora il dolore. In quel momento avviene il supplizio, la pressione del sangue che si fa forza per fluire negli spazi ristretti delle zone congelate e diventa un’insopportabile pena. La linfa vitale e calda del sangue spinge per emergere e portare vita nei freddi e statici lembi del corpo. Concentrandoci sull’invasione lacerante, il fastidio ci blocca, come prigionieri sotto tortura. Nel momento in cui invece la nostra attenzione è posta sulla forza vitale che si fa strada nel corpo siamo spinti a muoverci cercando di favorire questo processo di guarigione. Assecondando il nutrimento con movimenti, accelleriamo il tentativo del sangue di raggiungere tutte quelle estremità ancora non ammorbidite dal suo flusso. L’immagine che abbiamo dato può essere una importante metafora di vita: da che parte stiamo noi nella continua alternanza tra caldo e freddo tra dolore e piacere tra movimento o staticità? A cosa diamo valore? Siamo dalla parte di quel sangue che scorre vigoroso e tempra la materia per farsi spazio con la sua vitalità o siamo fermi in quelle frazioni congelate ed immobili ad aspettare che qualcuno arrivi a portare un po’ di speranza e calore?

Un dolore o una disgrazia mettono sottosopra la vita ordinaria, si è costretti ad affrontare esperienze che mettono a nudo tutte le illusioni, viene svelata in un istante la vanità e la precarietà di tante convinzioni a cui si dava molta importanza. Attraverso questi particolari momenti si è costretti ad attingere ad una forza che talvolta non sapevamo neanche di possedere. Il solo contatto con questa nuova energia giustifica l’apparizione di tanto patimento.

Mi piace a volte vederci tutti come scultori. Ognuno si improvvisa davanti alla propria lastra di marmo. La materia che scolpiamo rappresenta la sofferenza e la difficoltà di forgiarla l’arduo compito di trasformare il disagio. Ho chiesto un giorno ad un amico scultore di scrivermi cosa prova mentre lavora il marmo. “…Le prime volte i cui ho preso in mano lo scalpello ero attento alla pesantezza del ferro, alla intensità del colpo del martello, alle scintille di ogni percossa ed alla corsa delle scheggie dei piccoli frammenti di roccia calcarea che si distribuivano nella stanza. In seguito ho fatto sempre meno attenzione a tutto questo concentrandomi sull’effetto della mia azione sulla pietra. Ho l’impressione che la materia pur essendo così dura si scaldi e si adatti sotto la mia azione, riesco così a forgiarla e a dare vita alle forme che voglio. Col tempo ho sviluppato una attenzione ai particolari sempre più precisa e ad una qualità del taglio sempre più netta. Dalla prima forma grezza lentamente si manifesta con più nitidezza la figura, essa emerge come una apparizione che proviene da mondo indefinito e sommerso. L’informe e indifferenziata massa si plasma e mi sento come un creatore. A volte medito con pazienza e distacco davanti alla figura che sto scolpendo, mi preparo alla prossima azione, al successivo incontro con la materia. Quando risco ad esprimermi veramente sono tutt’uno con ciò che faccio ed entro nello scoplire con intensa concentrazione, più che posso. È per me una emozione ben più intensa di quello che verrà fuori. “. La scultura, come tante altre arti, sono le vie per riuscire ad esprimere un proprio stile, una propria personalità che necessita impetuosamente di emergere. Prendono vita forme stili e concetti ma soprattutto emerge un’anima, le qualità di una persona tramutate in arte. Le sculture futuriste di Umberto Boccioni o i bronzi impressionisti di Degas, l’inconfondibile cubismo sintetico di picasso, sono testimonianze lampanti delle personalità degli artisti.

Un giorno lessi una fiaba che parlava di uno scultore. C’era a fianco di un piccolo villaggio un uomo di nome Babel oramai avanti negli anni, che abitava in una vecchia casa in mezzo al bosco. Ogni giorno dedicava molte ore alla scultura intagliando grandi tronchi di legno. Eppure non si sentiva un artista, denigrava tutto ciò che faceva, considerava in cuor suo quel mestiere inferiore a tante altri. Sin da giovane voleva diventare famoso tra i villaggi della contea e dimostrare a tutti gli abitanti che era un vero artista e che le sue statue avevano il potere di stupire ogni uomo che si fermasse ad ammirarle. Era addolorato, perchè dopo tanti anni non era riuscito ancora a intagliare qualcosa nel legno che fosse degno di lode, che lasciasse a bocca aperta. Nessuno lo aveva mai conosciuto profondamente e si sentiva molto solo. Non si era mai sentito veramente speciale in qualcosa ed aveva cercato di farlo dedicando il suo tempo alla scultura. Una notte, camminando triste nel bosco incontrò la visione di una meravigliosa fata luminosa che espresse il desiderio celato nel profondo suo cuore di diventare un grande scultore. Rientrando rasserenato a casa, Babel, trovò tante statue di legno appena scolpite che erano di una bellezza estrema. Erano davvero incantevoli. Ognuno si sarebbe fermato veramente a guardarle con stupore ed ammirazione, proprio come stava facendo lui in quel momento. Il suo cuore si esaltò all’idea che tutti gli abitanti della contea potessero innamorarsi dei suoi capolavori. Al contempo sentì presto l’esigenza di metterci mano, grattando un po’ qua e la, ritoccando con lo scalpello qualche angolino o smussando qualche espressione. Insomma, Babel non era soddisfatto. C’era qualcosa nel suo comportamento, una inquietudine che non riusciva a placarsi neanche davanti a statue così belle. “Non le ho fatte io!..” si ripeteva tra se e se, “Non rappresentano propro quello che ho dentro!” si rimproverava. Così facendo, Babel finì col rovinare tutti quei capolavori. Allo stesso tempo creò con i suoi interventi delle forme nuove che, a guardarle bene, non disdegnava. Quello fu un momento decisivo per la sua vita di artista, iniziò da allora a capire cosa voleva veramente tirare fuori da quei tronchi di legno. Le sue sculture furono le forme più strane e creative che tutti gli abitanti della contea avessero mai visto. Le sue sculture iniziarono ad adornare le case e gli ambienti pubblici di tutti i villaggi. La voce si sparse. Non c’era un abitante che non abbellisse la sua abitazione con una creazione di Babel, alcune contornavano le porte di entrata, altre salivano lungo le facciate principali altre abbellivano le stanze ed i salotti. Il suo nome correva sulla bocca di tutti, ebbero finalmente di lui grande stima e ammirazione.

Come è successo a Babel, anche per noi non sarebbe una vera felicità se una fatina incontrandoci ci facesse sparire tutte le negatività. Il rapporto con il dolore e le sofferenze, per chi riesce a coglierne l’opportunità, attiva un processo creativo trasformativo che attinge alla più profonda energia del nostro animo. La forza del processo creativo è più importante del risultato finale, perchè il risultato è ciò che rimane fisicamente, ma è la forza stessa a ricordarci in ogni momento chi siamo veramente.

Dal bisogno al desiderio

Scritto dal dott. Marco Montanari Psicologo Psicoterapeuta Integrazione Posturale.

Paul Chauchard riporta la famosissima espressione di Cartesio “penso dunque sono” al desiderio: “desidero dunque sono”. Se desideriamo, dunque siamo. Il desiderio è connesso all’essere, è connesso alla vita. È qualcosa di inestimabile. Scrive Buber: “in ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro. Ma ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l’aspetto più intimo del proprio essere”.

L’aspetto più intimo del proprio essere, secondo Buber, è una nota autentica che si raggiunge attraverso un processo di riconoscimento, un cammino graduale. Come se dal mare ci incamminassimo lungo la foce di un fiume risalendo fin verso la sorgente. Vediamo la differenza tra bisogno e desiderio partendo dall’origine e dalla parte più istintiva che è in noi: quella animale. L’animale ha molti bisogni e pochi desideri. L’uomo ha molti bisogni e molti desideri. La soddisfazione dei bisogni estingue le reazioni ad essi. La soddisfazione di un desiderio ne porta uno nuovo e più evoluto. Nell’animale la fame induce alla ricerca di cibo, il nutrimento poi estingue la fame; allo stesso modo quando ha sonno si rifugia e dorme, se si ferisce si ferma e aspetta. Ogni azione assicura la corretta soddisfazione dei bisogni. Un animale non va mai generalmente oltre la sua necessità, non mangia quasi mai oltre il necessario, non dorme oltre il necessario, non si ferma oltre il necessario ecc. Soddisfa i suoi bisogni in maniera ottimale. L’uomo no. Il leone quando ha cacciato e si è nutrito non è pericoloso, si accuccia nella savana all’ombra di un albero, nel suo sonnecchiare è indifferente a tutte le bestie che passano nell’arco di pochi metri. I cacciatori questo lo sanno e si guardano bene dall’avvicinarsi senza premura al cospetto di un leone famelico. Il bisogno quindi rispetta un ciclo che è puramente biologico. La nostra caccia invece oggi inizia e finisce in un supermercato. Qualcuno alleva per noi animali che reperiamo comodamente dentro cellophane o surgelati, già tagliati, avvolti nelle verdurine, fritti, speziati, macinati, nelle forme più carine come dadini, palline, cubetti, salamini, triangolini, involtini. La caccia è oggi un imbarazzo della scelta. Il desiderio è estrarre il prodotto che più ci aggrada per le voglie più personali. Così avviene per ogni prodotto disponibile sul mercato. I vestiti che indossiamo, per esempio, non sono solamente utili a coprirci dal freddo ma diventano anche un’espressione, un modo di essere, una cultura. Per definire più chiaramente un bisogno vorrei usare una metafora: come una pompa idraulica genera una compressione e rimane in tensione fino al successivo rilascio così ciclicamente ogni bisogno inizia e finisce. Il bisogno è un’altalena, nel punto più alto sale ma la suspance non rimane a lungo, prima o poi cade di nuovo. Il perno sul quale si muove è sempre quello. Il bisogno è un uomo che aspetta, procastina, dipende, gira intorno, rimane sospeso, insoddisfa e soddisfa in continuazione. Il gioco ripete sempre lo stesso procastinare e mai si evolve. Alcuni bisogni come mangiare, dormire, respirare, istinti sessuali, sicurezza sono fisiologici e necessari. Quando abbiamo fame si accentuano i sintomi di languore, contrazioni allo stomaco, brontolii e vuoti d’aria e nutrendoci immediatamente scompaiono. Poi giunge la sete o il sonno, ma con certezza ritornerà la stessa fame e lo stesso bisogno. Il bisogno quindi torna ed è sempre lo stesso. La sua ciclicità ci tiene legati alla vita. Il complesso mondo delle oppurtunità tiene sempre alta la sfida ad evolverci. Ed ecco che dal semplice bisogno matura il desiderio. Dal latino sidus, sideris, che significa stella o costellazione. Legato quindi al concetto di luce e a tutto ciò che guida e porta chiarezza. In passato le stelle erano un importante punto di riferimento per non perdersi e per orientarsi, per trovare e seguire la giusta via. L’osservazione della collocazione degli astri fungeva da strumento per ogni spostamento via terra e via mare. I popoli cinese e Maya consultarono per primi gli astri anche per ottenere previsioni del futuro e guide in scelte importanti. Nella tradizione ebraica le stelle apparivano come annunciatrici di avvertimenti importanti come catastrofi o nascite di personaggi significativi (pensate alla cometa di Betlemme). Così lo sguardo rivolto verso il cielo non aveva il solo scopo di contemplare, ma anche bramare. Il “de” privativo di de/siderare, nell’antico linguaggio augurale dei marinai indicava il cessare di vedere, il disorientamento e assenza di punti di riferimento.

Ma il desiderio è anche un rimpianto, una nostalgia verso qualcosa che un tempo c’era ed è andato perduto, se ne sente soltanto un richiamo lontano e irraggiungibile, come le stelle!. Il bisogno quindi è la forma immatura del desiderio. La crescita di ogni essere umano passa, come la crisalide alla farfalla, dal luogo dei bisogni al luogo dei desideri. Da piccoli eravamo pieni di bisogni, se non fossero stati soddisfatti non saremmo potuti arrivare fino ad ora. Ma molti sono rimasti in sospeso, ecco dove sta la fregatura. Se potessimo rivedere tutte le volte in cui i nostri bisogni sono stati ignorati ci imbatteremmo in ricordi molto spiacevoli. Il desiderio è evolutivo, il bisogno no. Fermi in una situazione ansiosa e bloccati dal bisogno siamo in un’ attesa attiva verso l’evoluzione. Ecco perchè ritengo che gli stati di ansia siano in un certo modo crisi molto importanti, presentano un grande movimento di energia (quella ansiosa,), sospesa ai margini di un nuovo senso e di una nuova direzione.

Sembra un passaggio obbligato a volte regredire, ritornare bozzolo per raggiungere una forma più matura come quella di una farfalla. Riscoprire il bisogno per arrivare al desiderio pare essere, a volte, la tappa più importante. Nella regressione abbiamo fretta, nessuno vuole starci a lungo, e si rischia quindi di accellerare una trasformazione che richiede più tempo. Non vogliamo stare nella frustrazione, non vogliamo stare male. Il bisogno per essere trasformato invece deve a volte rimanere in incubatrice proprio come il bozzolo della farfalla, e deve rimanerci il tempo necessario. Questo intervallo dipende dalla natura del nostro bisogno, da quanto è radicato dentro di noi sin dal passato. Provate a dire ad un bambino di tre anni che il suo gioco preferito non c’è o che lo portà avere solo il giorno dopo. Non esiste il domani per un bambino, non esiste l’attesa, non è possibile restare nel bisogno e quel bambino è sempre con noi.

Il passaggio tra bisogno e desiderio è proprio in quell’atto di volontà in cui gli impulsi sono sospesi, per usare una espressione di Assagioli “inibiti”, e dove l’impazienza di quel bambino viene domata. Concludo quindi con le parole di un grande maestro:

“Per le orecchie moderne la parola “inibizione” ha un suono piuttosto sgradevole; fa venire in mente la repressione e le sue infelici conseguenze…. vale dunque la pena di chiarire la grande differenza che esiste tra “repressione” e controllo cosciente. Reprimere un impulso significa condannarlo, cercare di cancellarlo o di “imbottigliarlo” nell’inconscio e fingere che non esista. Ma tutto ciò che è represso ritorna più tardi, e spesso travestito, a reclamare quanto gli è dovuto. Inibire, d’altra parte, consiste nel trattenere con fermezza un impulso o una tendenza mentre si delibera sul modo migliore di affrontarli. Reprimere dunque è sciocco. Ma, usata bene, l’inibizione può essere il marchio della saggezza”. (Roberto Assagioli, Atto di volontà, 1973)

Sutra del Loto e Psicosintesi: i molti aspetti dentro di noi

Scritto da Marco Montanari, psicologo psicoterapeuta integrazione posturale.

Il Sutra del Loto può immediatamente apparire come una prodiga favola. Non è casuale che sia usata una narrazione al confine tra l’immaginifico ed il reale per trasmettere uno dei più preziosi insegnamenti del buddismo. In molte religioni si trova questo metodo di diffusione dottrinale tra maestro e discepolo. Un esempio è il poema Bhagavad Gita, scritto in sanscrito e considerato il testo principale dell’induismo, oppure gli insegnamenti dei Chassidim. Questa mistica corrente dell’ebraismo si è servita sin dal passato di storie dai profondi contenuti per introdurre alla verità. Nelle tradizioni spirituali di molti popoli, così come nella psicoterapia e in molte pratiche di guarigione, le storie diventano “storie che curano”, sono efficaci mezzi di trasformazione in grado di attivare l’immaginazione e di arrivare direttamente al cuore delle persone. La narrazione ha il potere di trascinarci fuori dal tempo e dallo spazio e di introdurci con delicatezza nel regno dell’inconscio e dell’anima.

I processi interiori prendono vita attraverso le immagini e le azioni dei personaggi del racconto. Non sono rispettate le stesse regole del reale, tanto meno vengono rivelati esplicitamente particolari dogmi o insegnamenti, ma gli stimoli della storia raggiungono direttamente le emozioni del lettore permettendo il verificarsi di significativi cambiamenti. La narrazione diventa uno spazio dove, attraverso l’immaginazione, desideri e pulsioni interiori trovano una via per incarnarsi ed essere agiti. Nelle favole, scrive Vygotskij, la produzione fantastica procede direttamente dalla realtà e agisce sulla realtà stessa in quanto suggerisce le esperienze necessarie per l’evoluzione ed il superamento delle più dure prove. Betthleim afferma che le storie fantastiche sono un forte propulsore psichico che agisce in maniera differente, diverso da persona a persona e diverso in momenti differenti di vita.

Pertanto possiamo sin da subito prendere in considerazione gli eventi del Sutra del Loto come una descrizione metaforica di qualcosa che ha luogo all’interno della psiche più che nella realtà stessa. Infatti sin dai primi versi si entra immediatamente in una dimensione che reale non è, ma esprime tuttavia un’immagine simbolica molto suggestiva.

Così inizia: “Una volta il Budda si trovava sul monte Gridhakuta nei pressi di Rajagriha. Era accompagnato da una moltitudine di dodicimila eccellenti monaci, tutti arhat che avevano già sradicato ogni illusione e non avevano più alcun desiderio terreno…”.

La visione di tutte le persone radunate sul monte per ricevere l’insegnamento può essere accostata all’immagine della nostra psiche dove molte parti di noi sono in attesa di una saggia guida, un giusto ordine ed un corretto riconoscimento. Nel sutra avviene proprio questo: ad ogni partecipante viene attribuito un destino ed una funzione particolare. Simbolicamente immaginiamo questa grande assemblea come il vasto pubblico di personaggi che siedono al cospetto del grande occhio della coscienza desiderosi di riconoscimento e conduzione.

Questa metafora è suggestiva per due motivi: il fatto di poter prendere in considerazione la presenza di una molteplicità dentro di noi e la necessità di dirigere tale numerosità e varietà di parti attraverso una coscienza centrale, saggia e direttiva. Roberto Assagioli, fondatore della Psicosintesi, affermava che una delle maggiori cecità e illusioni dell’essere umano è credere di essere “tutti di un pezzo”; è limitativo e fuorviante cercare di dare un’unica definizione di noi stessi vedendoci attraverso una singolare personalità definita e stabile. Di comune uso tra di noi è l’affermazione convinta: “io sono cosi!”, oppure “io non riuscirò mai ad essere diverso da così!”. La realtà interna è fatta di molteplici parti in continuo movimento ed in costante interazione tra loro; definirci monotematicamente diventa il più delle volte una difesa dal rischio di entrare in contatto con le nostre ambivalenze, conflitti e contraddizioni.

Avvicinandoci alla conoscenza del nostro mondo interno siamo chiamati in causa a partecipare, nella vita quotidiana, come nella grande assemblea descritta nel Sutra del Loto, al difficile impegno di dare il benvenuto dentro di noi a tutte quelle manifestazioni che si alternano continuamente. Tutti i giorni infatti intervalliamo continuamente reazioni e stati d’animo. Il nostro intento principale è quello di riconoscere queste parti in continuo mutamento che appartengono alle molteplicità del nostro ambiente interno trasformandole (o illuminandole) in accordo con il nostro progetto evolutivo.

Un modo di relazionarci ad esse è quello per esempio di dialogare, a volte ironicamente, domandandoci ad esempio:”chi è presente oggi? Con chi ho a che fare? In quanti siamo?”. Ricordo le mie supervisioni con Antonio Tallerini nelle quali ogni volta che entravo in studio mi domandava: “in quanti siete? Chi mi è venuto a trovare oggi?”. La modalità ironica già ci distanzia dall’invadenza potente e a volte sopraffacente. A volte dico a me stesso: “Ci risiamo!, di nuovo è arrivata quella sensazione di fastidio che mi indica che sono stato sopraffatto dagli eventi, ora do a lei il benvenuto ed inizio ad averci a che fare…”. Molte volte nel dialogo terapeutico si procede nello stesso modo per riconoscere e ad affrontare senza tragicità sensazioni di ansia, paura, rabbia, oppure per prendere coscienza di ruoli e dinamiche oramai automatiche. Se ci pensiamo, certe evoluzioni della sofferenza si ripetono e sono sempre le stesse, allora dovremmo davvero iniziare a salutarle come si fa con un ospite indesiderato e avviare un dialogo amico, dopo tanto tempo, che esorcizzi il loro essere padrone in terra straniera.

Quando decidiamo di conoscere e trasformare noi stessi non desideriamo forse raggiungere nella quotidianità, al pari di Shakyamuni nella grande assemblea, un posto sul trono del regno interiore diventando re dei vari personaggi psichici che ci popolano dentro?

Le mete della pratica buddista così come dell’approccio terapeutico sono quelli di sviluppare luce di comprensione verso tutte quelle parti che attendono di essere dirette e trasformate. Quando riusciamo distanziarci dai contenuti dell’inconscio, ci disidentifichiamo da essi e prendiamo metaforicamente posto nel “trono della grande assemblea”. In quel momento assumiamo le qualità rivestite da Shakyamuni di presenza, stabilità e capacità di dirigere. Assagioli scrive nell’Atto di Volontà: ” Noi siamo dominati da tutto ciò in cui il nostro io si identifica. Possiamo dominare, dirigere ed utilizzare ciò da cui ci disidentifichiamo.”. La dottrina della vacuità è una delle dottrine fondamentali del buddismo così è scritto nel Sutra Mahaprajna paramita nel dialogo tra Shakyamuni e Sariputra:

«”Pertanto, o Sariputra, dal punto di vista della vacuità non c’è materia, né sensazione, né concezione, né impulso vitale, né coscienza… non forme, suoni, odori, gusti… non c’è conoscenza, né ignoranza”…». Se consideriamo l’Io, o colui che fa l’esperienza, dal punto di vista della vacuità, esso è vuoto, privo di contenuti e privo di identificazioni. Ma la domanda è: “Può l’Io rimanere privo di identificazioni?”. Possiamo in quanto esseri umani pieni di desideri e bisogni perseguire l’intenzione di non identificarci in nulla o privarci di ogni sorta di contenuto della coscienza? Probabilmente l’Io privo di identificazioni morirebbe o sarebbe spogliato di eros, di vitalità e di gioia di vivere. Non usufruirebbe di qualità che trova proprio in ciò in cui si identifica.

Nella meditazione secondo la mia esperienza non si tratta quindi di privare l’Io di contenuti ma di riempirlo, o meglio riconnetterlo, con il suo contenuto originario, la matrice da cui è venuto e quindi la sua vera natura. Questa unione in Psicosintesi viene chiamata connessione Io – Sé.

Nella quotidianità siamo costretti ad identificarci, il nostro Io è invitato continuamente a “riempirsi” di esperienze: ci identifichiamo ad esempio nella semplice azione di mangiare in colui che mastica, beve e ingerisce cibo, nei più complessi ruoli lavorativi, nelle responsabilità familiari, nelle passioni sentimentali o nei piaceri sessuali. Tutto ciò non lo possiamo evitare.

L’identificazione non è negativa di per se ma lo diventa quando si discosta dalla nostra natura, dal nostro progetto evolutivo, dalla possibilità di espressione di noi stessi.

L’atto di disidentificarci si rende una scelta consapevole, un diritto per toglierci da quello che non ci appartiene e impedisce una piena espressione di noi stessi, così l’identificazione diventa una scelta di cambiamento, una consapevole direzione verso aspetti che ci rappresentano e ci permettono di emergere con pienezza. Anche Siddharta non sarebbe stato felice se fosse rimasto nel palazzo reale insieme alla sua famiglia, probabilmente si sarebbe completamente identificato negli affari politici, economici e militari di corte, oltre ad essere forse un buon padre con suo figlio Rahula. Ma sicuramente non sarebbe stato felice e non si sarebbe realizzato. Allo stesso modo quando si illuminò sotto l’albero di Pippal decise di non rimanere insieme gli asceti identificato in un radioso eremita o di restare immobile come un’antenna energetica o una radice dell’albero del risveglio, ma si sentì spinto a condividere con gli uomini ciò che aveva compreso. Portò il suo insegnamento tra la gente comune attraverso una faticosa opera di propagazione. Solo in quest’ultima identificazione realizzò il suo scopo e raggiunse una piena felicità.

Capita usualmente dopo aver cominciato un percorso terapeutico o dopo aver sperimentato una disciplina di pratica buddista di riconoscere più chiaramente alcuni limiti personali prendendo coscienza di essere stati per molto tempo in situazioni che causavano sofferenza. Fermi nell’abitudine siamo a volte come chi lavora nelle latrine e non sente più l’odore dell’ambiente maleodorante. Solo attraverso strumenti che ci favoriscono una percezione diversa è possibile distaccarci per un momento dalla sofferenza e osservare le cose con più distanza. Questo è efficace per sentire nuovamente viva l’intolleranza all’abitudinario stile di vita e la necessità di spostarci in una direzione nuova, tutte sensazioni che si erano sopite. Spesso l’espressione più comune è : “Ma dove sono stato fino ad ora? Mi sembra di avere dormito! Come se non avessi vissuto veramente per tutto questo tempo!”.
Concludo con uno stimolo che viene dai versi del poeta mistico Rumi. Egli scrive in un passo molto profondo di “Conversazioni a tavola” :

“Il maestro disse che un’unica cosa al mondo non va dimenticata. Se anche dimenticaste tutto quanto, ma non questa, non c’è motivo di preoccupazione. Ma se ricordaste, eseguiste e portaste a compimento tutto il resto, dimenticando questa cosa sola, non avreste fatto assolutamente niente. È come se un re vi avesse inviato in un paese straniero con un compito preciso. Andate, vi occupate di centinaia di altre cose ma se tralasciate il compito per cui siete stati mandati, è come se non aveste fatto niente.

L’uomo è venuto in questo mondo con un preciso compito, e questo è il suo scopo. Se non lo esegue, non ha fatto niente.”

Secondo i più grandi maestri spirituali il principale scopo dell’essere umano è quello di ricongiungersi alla sua natura illuminata. I più importanti modelli psicoterapeutici concordano all’unisono sulla necessità di aiutare l’essere umano a conoscere se stesso attraverso principi di sintesi ed armonizzazione di tutte le sue frammentarie parti. Penso che l’integrazione consista proprio sia nel riconoscere la necessità dello sviluppo di una centralità sia nell’allenamento ad un atteggiamento continuo di inclusività di tutte le nostre parti. Questa prerogativa è essenziale nel nostro percorso di crescita.

Centralità

Scritto dal dott. Marco Montanari Psicologo Psicoterapeuta Integrazione Posturale.

Se una ruota gira sufficientemente veloce i raggi non si distinguono più tutto si confonde in un unico colore. Il suo centro, al contrario, ancora ben percepibile e rimane un punto stabile.

Si narra che il grande fisiologo francese dell’ottocento Claude Bernard iniziò un suo discorso dicendo:“ Un uomo è una cosa costruita attorno ad un intestino”. In un’epoca orientata verso lo studio dei campi energetici l’affermazione oggi diventerebbe: “L’uomo è un’essere che si sviluppa intorno ad una linea centrale polarizzata”.

Ogni forma di vita si evolve attorno ad un centro. Non solo nelle forme di vita ma anche nelle disposizioni del territorio si vede il concetto di centralità. Geograficamente l’uomo ha costruito le sue abitazioni ed ha esteso il suo ambiente partendo da un centro. Ogni città ha un punto di ritrovo centrale, solitamente il più vitale ed antico. Le nazioni hanno un fulcro economico politico e culturale rappresentato dalla capitale, sede del governo. Roma capitale d’Italia era considerata in passato capitale del mondo (caput mundi) per l’estensione raggiunta dall’impero romano. Gli stessi romani dopo venti secoli hanno ancora la convinzione di essere nell’epicentro del mondo, ma questo può essere ricondotto più che ad un discorso di centralità ad una diatriba narcisistica. Alziamo ora il nostro punto di osservazione geografico come se potessimo salire più in alto: la Terra si sviluppa attorno ad un suo nucleo. Non fermiamoci, andiamo ancora più in alto. Il nostro sistema planetario è costituito da tanti corpi celesti che rivoluzionano intorno ad un’unica stella madre. Ora zummiamo fino alla più piccola particella subatomica, l’elettrone. Anch’esso rivela il suo campo elettrico partendo da un punto. E ora entriamo nel corpo umano nei movimenti cellulari, nelle interconnessioni tra organi, fluidi, membrane, sistemi e apparati. Il funzionamento di ogni parte è regolato, coordinato e sollecitato dal nostro organo centrale, il cuore. Considerato anche primum movens della vita spirituale ed affettiva. Una mancanza operativa di questa parte blocca tutto il resto. Un secondo centro che ha la nomea di essere altrettanto importante, non tanto come coordinatore fisiologico ma in quanto sede di una forza energetica e vitale oltre ad essere baricentro della massa fisica del corpo, si chiama Hara. È un punto situato secondo molte scuole zen, circa otto centimetri sotto l’ombelico. Per sfruttare questa fonte si praticano molte tecniche di meditazione. Ma è anche una zona molto delicata. La famosa forma di suicidio regolata da un preciso cerimoniale nella tradizione giapponese prevedeva che i samurai conficcassero la lama della loro spada proprio in quel punto. In quel modo avrebbero trovato morte certa per fronteggiare il profondo smacco del disonore.

Tutti questi esempi ricordano il valore del centro sia per quanto riguarda l’ambito biologico che l’assunto generale nell’uomo di sicurezza, stabilità, fermezza, ritrovo, familiarità, coscienza.

La centralità non è fatta solo di punti teorie esercizi conoscenze, ma si manifesta attraverso fenomeni ben più concreti: le azioni quotidiane. Si distingue una persona centrata osservando le sue azioni esterne. Un sutra narra un episodio significativo della vita del Buddha: un giorno l’illuminato dopo una meditazione camminata incontra alle porte di un monastero il re Pasenadi, amico del maestro e frequentatore degli insegnamenti. Mentre si scambiavano saluti passarono accanto a loro sette asceti. Non vestivano abiti, non si lavavano né si radevano la barba e capelli, non tagliavano le unghie e si sottoponevano a pratiche ascetiche molto dure. Il re dopo essersi inchinato con rispetto davanti agli asceti per tre volte, li guardò incuriosito mentre si allontanavano. Poi rivolto al Buddha gli chiese se ritenesse che quelle persone fossero sagge e centrate. Il Buddha sorrise e comprese che per un uomo di stato, abituato a frequentare persone che si occupano di governo e di politica, fosse difficile distinguere una persona centrata incontrandola solo una o due volte. Tuttavia rispose che per distinguere queste qualità bisogna vivere accanto agli esseri umani e valutarne attentamente i comportamenti. Le reazioni davanti ad eventi sfavorevoli, la fermezza delle parole e la coerenza nelle decisioni. La saggezza nell’affrontare le difficoltà e l’intensità della gioia in ogni momento quotidiano.

Proviamo ad avvicinarci allora ai criteri con i quali distinguiamo tali azioni che, essendo così raccolte, possiamo intenderle provenire da una parte più intima dell’essere rispetto a quell’agire che per definizione è più periferico e automatico. Un primo fondamento può essere individuato provando a pensare a qualche episodio della vostra vita in cui avete compiuto un gesto piacevole, che vi ha fatto sentire bene e in armonia con voi stessi. Ora cogliete la qualità sottesa in quella specifica occasione e fate una distinzione importante: riscontrate la differenza tra il compiacimento che proviene dall’espressione di un valore autentico rispetto quell’appagamento che assomiglia più alla risoluzione di un bisogno. Ad esempio il valore puro dell’amicizia quando è lealtà e altruismo è opposto al bisogno di gratificazione, di rivincita, la necessità di mettere fine ad un rancore, di risolvere una ripicca, o un risarcimento. Non possiamo negare che a volte siamo persuasi ad attivarci e proviamo piacere proprio nel soddisfare queste occorrenze. Nel primo caso lo stato di benessere rispecchia la naturale fluidità dell’azione. Ad esempio quando siamo in amicizia, gioiamo per il fatto stesso di essere in compagnia di una persona cara. L’atto naturale di essere aperti e scherzosi è appagante di per sè. La pienezza dell’espressione sincera della fratellanza e della familiarità, della coeranza con noi stessi (quando lo siamo), va addirittura oltre il bisogno di essere ricambiati. In quel momento siamo portatori di affetto simpatia stima, attributi essenzialmente umani, come umani siamo. Diversamente, se agiamo mossi da un dovere dall’assolvenza di un’obbligo persuasi da un opportunismo o sollecitati dall’urgenza di colmare una mancanza, l’appagamento assomiglia alla risoluzione di una tensione, all’appianamento di uno sforzo, all’assolvimento di uno sfogo. Come una valvola che sfiatando lascia fuoriuscire una pressione.

L’azione più autentica ha quindi con specifiche peculiarità. Innanzitutto è guidata da valori che più rappresentano profondamente la nostra persona come ad esempio amicizia, gioia, giustizia. Parliamo di un’aspirazione, di un’intuizione, energie spontanea che vibra di un’intrinseca nota. In secondo luogo produce un effetto che non è una mera risoluzione di una tensione o appagamento di un bisogno ma è l’espressione di un naturale stato dell’essere nella sua armonica interazione con la vita e con l’ambiente.

Se siamo centrati siamo completamente “in noi”, all’opposto del caos e della confusione portato da qualche evento interno o esterno che ci spinge “fuori di noi”. L’azione che viene dal centro è spontanea, intima, viene da una espressione naturale che non ha bisogni e non si fa influenzare da sollecitazioni esterne particolari. È coerente, consona, costruttiva, saggia. Una tale azione non può avere intenzioni nocive dirette. Molti maestri indiani hanno ribadito più volte questo concetto. Qualsiasi gesto brutale fino ad arrivare ad un assassinio o un atto suicida non possono essere iniziative consapevoli. L’uomo in quei momenti non è consapevole.

L’azione centrata viene da un desiderio intimo, e se i valori alla base di questo desiderio non sono profondamente nostri è probabile che il desiderio si arresti e perda di intensità come un albero che avvizzisce senza il nutrimento della terra e del clima appropriato alla sua specie. Una palma piantata nell’Himalaya perirà in qualche giorno, la stessa pianta a Maiorca troverà la giusta linfa per crescere forte e solida. Diversamente il Cedrus Deodara, albero che vive solo in una condizione climatica che supera i 1500 metri di altezza non potrà sopravvivere in un deserto o ai piedi di una collina. Trovare il giosto motore delle nostre azioni è un po’ come piantare nel luogo appropriato ogni pianta, se può vivere in città o in appartamento allora ci guardiamo bene dal collocarla al freddo. I valori giusti che sottendono le nostre azioni, motori delle scelte e delle direzioni, sono come il giusto clima diverso per ogni tipo di vegetale. Senza il rispetto dei cicli vitali e la pazienza nell’attesa dei primi boccioli e nell’osservanza delle stagioni, non siamo in linea realmente con quel fenomeno naturale. Allo stesso modo i valori in cui crediamo e che sentiamo provenire da nostre intenzioni più profonde sono come l’humus fertile e fruttifero di un perfetto ciclo vitale. Per questo motivo l’invito più sincero è quello di prenderci cura dei valori che sono alla base e muovono ogni intenzione, perchè vengano sinceramente dal nostro centro e non da condizionamenti culturali o imprinting familiari e socilali, che non sono in risonanza con la nostra particolare e intima nota.