Autostima: stima di ciò che sento

Pubblicato sulla rivista miafarmacia magazine di Febbraio – Marzo 2009.

William James, psicologo e filosofo statunitense (1842 – 1910), noto per aver studiato il comportamento dell’essere umano dal punto di vista empirico, fu tra i primi ad evidenziare come persone con scarse abilità potevano fare risaltare doti di sicurezza incrollabili, mentre altri stimati da tutti e ritenute persone valide, intimamente diffidavano completamente di loro stessi. Sfogliando riviste, cataloghi di libri o DVD, possiamo trovare infinite “ricette” per poter conoscere, potenziare, migliorare le nostre qualità e la nostra autostima, con l’illusione che esista un modo universalmente valido per tutte le tipologie di persone.

Parlando di autostima in realtà tocchiamo un campo che comprende profonde componenti individuali, che ci interessano singolarmente come esseri umani e che non possono essere ridotte a promesse oramai molto diffuse come “diventa un super manager in una settimana”, “tira fuori il dio che c’è in te in un mese” o “impara a ottenere ciò che vuoi in un giorno” ecc. Nel linguaggio comune la stima è genericamente la valutazione che si dà ad una cosa secondo il suo valore. Riportandolo all’essere umano la domanda diventa: “quale valore diamo a noi stessi?”. Si potrebbe allora desumere che se ci valorizziamo la nostra autostima sarà alta, altrimenti sperimenteremo quella che viene chiamata “bassa autostima”. Se tutto si riducesse a questa valutazione, basterebbe trovare quelle qualità di noi alle quali diamo valore e coltivarle quotidianamente per farle emergere nella nostra vita e nelle relazioni con gli altri. Potrà sembrare banale, ma il solo riconoscere le proprie qualità, che comprendono i propri desideri, i propri progetti e i propri bisogni, per alcuni è molto difficile. Può esserci accaduto molte volte, e per molto tempo, per esempio di trovarci in situazioni dove ci hanno mancato di rispetto o siamo stati messi da parte, e ci siamo quindi “abituati” a subire comportamenti abusanti, tanto da non sentire più, talvolta, le nostre ferite ed il nostro disagio. Prendiamo, ad esempio, una situazione interpersonale nella quale non siamo attualmente felici, dove da tanto tempo si protrae un clima di insofferenza che ci vede vittime di frustrazione e impotenza. Forse ci accorgiamo di essere rimasti molto tempo in questa situazione, di esserci abituati a quel disagio o di esserci, in parte, anestetizzati rispetto al nostro normale limite di sopportazione. Possiamo aver sentito di non meritarci altro o di non avere altri desideri, altre possibilità a cui aspirare. Questa dinamica può sussistere in tante aree della nostra vita privata: con il partner, sul lavoro, nelle relazioni amicali, con i figli, in situazioni sociali e di gruppo, ed è in questi momenti che possiamo arrivare a rivolgerci ad uno dei tanti manuali sull’autostima che troviamo in libreria. Mi chiedo come facciamo a stimarci se, nel ruolo frustrante in cui ci troviamo, che si ripete puntuale come un orologio svizzero nella nostra vita e relazioni, facciamo fatica non solo ad uscirne, ma a riconoscere ciò che vorremmo veramente per noi. Se proviamo a chiudere gli occhi per un momento, cercando di ritrovare le immagini di tutte quelle situazioni in cui ci hanno mancato di rispetto, dove non ci hanno capiti o non ci siamo sentiti amati, può essere già molto difficile riuscire a mantenere il contatto con ciò che proviamo. La possibilità di sentire tutta la nostra sofferenza, non tanto come una lamentela, ma come un contatto profondo con una parte di noi che è stata trascurata, è il primo passo per “scongelare” un atteggiamento di insensibilità e di abitudine. A monte di una personalità che manca di autostima può esserci stata un’eccessiva sopportazione, un’eccessiva accondiscendenza, un eccessivo contatto con la sofferenza degli altri rispetto al contatto con i propri bisogni, una mancanza di alternative o diverse opportunità rispetto a relazioni e situazioni potenzialmente frustranti. La sopportazione o l’attenzione sensibile al dolore degli altri è positiva se si tratta di amore, di dedizione all’altro, di consapevole rinuncia in favore di un legame a cui teniamo, ma diversamente può diventare una ripetuta condizione in cui ci mettiamo da parte. Un momento in cui possiamo entrare più in contatto con la nostra autostima è quando ci troviamo davanti ad una decisione. Proviamo a pensare cosa succede quando dobbiamo scegliere tra due cose, per esempio due lavori, due luoghi in cui passare una serata, due persone verso le quali proviamo attrazione, due percorsi diversi. Tutte le volte che abbiamo davanti una scelta da compiere possiamo trovarci di fronte ad un conflitto, dove dobbiamo escludere una cosa rispetto ad un’altra, ed è come se esistessero tutte le alternative, in lotta per affermarsi dentro di noi. Spesso, per poter decidere, ci appoggiamo al consiglio di un amico o sentiamo qualche parere esterno. Il problema non è raccogliere tutte le informazioni per fare la scelta migliore, ma la mancanza di potere nella decisione. Quando cioè affidiamo la nostra scelta a qualcun altro, quando aspettiamo di non nuocere per portare a termine una decisione, per poter agire, per poterci muovere e poterci affermare, quando rimaniamo nel limbo del conflitto per tanto, troppo tempo. L’autostima e la capacità di scegliere sono strettamente collegate tra loro, sono connesse alla possibilità di seguire i nostri desideri ed i nostri bisogni, alla possibilità di potere entrare pienamente in una situazione, entrando in contatto, a volte, con il rischio o con l’ignoto. L’opposto della bassa autostima è l’autoaffermazione: quando affermo me stesso mi manifesto, metto in gioco le mie qualità, posso conoscerle e trasformarle. Nell’uomo esistono due bisogni fondamentali: il bisogno di affetto ed il bisogno di autoaffermazione. Questi due bisogni spesso li viviamo in contrasto: “se mi affermo pienamente, perderò l’affetto; se vivo di affetti non posso auto affermarmi”. Il problema infatti comincia nel momento in cui il bisogno di autoaffermazione porta, come conseguenza, alla rinuncia del bisogno di affetto. Quando ad esempio nell’affermarci rischiamo di rompere certi legami tenuti in piedi da tanto tempo, spesso basati sulla dipendenza. Conviene allora chiederci se si tratta di vero affetto, quell’affetto che non include una nostra autoaffermazione, che non avvalora le nostre qualità o i nostri sogni, che non vede ciò a cui aspiriamo. Nello stimare noi stessi, nel darci valore, nell’ascoltarci nel modo più autentico, (e non nello scimmiottare qualità approvate socialmente solo per riscontrare successo), incontriamo inevitabilmente un rischio: quello di dover lasciare situazioni della nostra vita, di cambiare vecchie abitudini, di ritrovarci per un periodo soli. Nel dedicare tempo alla conoscenza di noi stessi siamo soli, e coltivare l’autostima in modo profondo implica momenti come questi, in cui non necessariamente dobbiamo toglierci dalle relazioni, ma dove l’ascolto di quello che ci accade diventa il punto di riferimento più importante. A volte diventiamo come minatori, per raggiungere le pietre più preziose, dobbiamo imparare a rimanere anche al buio.