Considerazioni in merito al rilascio fasciale

Scritto da Marco Montanari, psicologo psicoterapeuta integrazione posturale.

La mia passione per il lavoro fasciale nasce dal tentativo di risolvere definitivamente le tensioni nel corpo. In dieci anni di lavoro ritengo la risposta ancora incompleta e in via di perfezionamento.

Una cosa è certa, non si può risolvere definitivamente una tensione limitandosi ad applicare una tecnica o un intervento specifico nell’area designata. L’area di tensione non è il focus principale, ma è a sua volta un eco, intenso e recidivo, di una voce che viene da differenti livelli dell’essere umano. Per quanto l’attenzione di un operatore si diriga inizialmente nelle zone tese intervenendo con manipolazioni e manovre specifiche, è facile che il sintomo, o i sintomi, inizialmente scomparsi, si ripresentino non molto tempo dopo, provocando l’instaurarsi, nella maggior parte dei casi, di una relazione di dipendenza tra cliente e terapeuta.

Credo pertanto che ogni professionista che lavora col corpo debba necessariamente munirsi di più strumenti di analisi e intervento, soprattutto quando agisce su un tessuto che, come il connettivo, per sua natura “connette” ogni sistema, e interferisce direttamente o indirettamente col sistema endocrino, nervoso immunitario e respiratorio.

Non sarebbe sbagliato considerare una restrizione fasciale o uno sbilanciamento posturale espressione di traumi nel nostro organismo. Spesso si parla di trauma o abuso solo in presenza di impatti eclatanti, in realtà la gamma delle influenze che collidono in modo traumatico sulla persona è molto più ampia e vasta di quanto si creda. La ripetuta pressione di ambienti stressanti o di situazioni invalidanti aumenta in maniera esponenziale l’azione sui nostri limiti provocandoci vulnerabilità e turbamenti. La nostra struttura fasciale risente di ogni esperienza eccessiva che non siamo in grado di riconoscere ed elaborare, la cui memoria viene “incistata” in una sorta di ricordo corporeo. Anche se è importante riconoscere le sfumature che differenziano i disagi leggeri dai traumi invalidanti, ogni terapeuta mirerà ad utilizzare le sue conoscenza per accedere proprio a tale materiale “incistato”.

In questo l’integrazione fasciale si propone di mettere insieme le più appropriate tecniche per risolvere completamente la tensione. È da considerarsi cruciale il primo momento dell’incontro terapeutico. È il cliente ad acconsentire all’operatore di “entrare” nelle fasce muscolari permettendogli di svolgere appieno il suo lavoro, e per farlo deve potersi fidare.

La posizione supina già di per se costituisce uno stato che favorisce la regressione. Non a caso è adottata in analisi con l’utilizzo del “lettino freudiano” che è un invito lecito a lasciarsi andare alle sensazioni più viscerali.

Possiamo conseguentemente pensare quanto sia influente a questo punto la presenza umana nel lavoro. Ancor prima delle manovre vere e proprie l’intervento fasciale è un incontro tra due anime, l’influsso del terapeuta e la sua partecipazione saranno elementi chiave per il potenziamento della tecnica e la sua efficacia.

Anche l’intensificazione della respirazione e del contatto nei primi momenti della seduta diventano chiavi delicate del processo. Il cliente valuta qui la professionalità e la sicurezza di chi si occupa di lui, il suo tocco e la precisione con cui entra nei tessuti.

Fisicamente il cambiamento nel connettivo avviene già attraverso una pressione leggermente più forte di quella che provocherebbe il peso di una piuma, ma l’intervento sulle fasce va ben oltre ed è molto più incisivo. È facile quindi che provochi un “effetto invadenza”.

Soprattutto per quelle aree corporee che sono già state soggette a traumi e indiscrezioni.

I recettori peptidici negli organi e nei tessuti attivandosi risvegliano alcuni sintomi traumatici senza poter riconoscere nell’immediato il collegamento con gli eventi corrispondenti. Ci si potrebbe quindi ritrovare immersi in un senso di disagio, vergogna o fragilità senza sapere bene il perché e con una conseguente reazione nei confronti dell’operatore e di quello che sta facendo. Molti rapporti terapeutici sono minacciati dalla mancanza di sensibilità a questi fenomeni. Ogni trauma per sua natura crea una disconnessione tra i circuiti ippocampali del cervello e quelli dell’amigdala producendo un isolamento, una scissione della memoria dagli eventi accaduti. È quello che succede ad esempio alle donne dopo il parto, la gioia della nascita allontana velocemente lo shock delle lesioni e dell’esperienza violenta, anche se spesso ritorna sotto forma di frammenti.

Il lavoro fasciale può riattivare indizi di eventi rimossi senza ricondurli immediatamente alle loro cause, si possono quindi avvertire reazioni, scatti, vibrazioni e dolori estranei e non riconoscibili. Uno dei pensieri più comuni è: “Ciò che sta avvenendo nel corpo non lo avverto come mio”.

Maggiori sono i blocchi e le dissociazioni maggiore è il limite che subisce la nostra struttura di contenere circoscrivere, elaborare e discioglie i fenomeni.

La mancanza della facoltà di “pensare col corpo” di riconoscere i feedback e tutte le comunicazioni periferiche che attraverso il talamo arrivano alla corteccia celebrale, è un limite da colmare attraverso il lavoro fasciale. Il lavoro scioglie e destruttura le corazze con le manovre, ma serve inoltre la presenza dell’operatore in grado di integrare e contenere quello che accade.

In definitiva l’abilità di risolvere una tensione è proporzionale a quanto si riesce ad evitare di indurre nuovamente allarmi traumatici nel corpo, ammorbidendo i tessuti senza risvegliare posizioni di passività rispetto a qualcosa di sopraffacente.

L’attenzione va diretta soprattutto a quelle personalità molto mentali, abituate a stabilire un controllo su tutto, e quindi anche sui sensi. Può accadere che al minimo contatto scattino convulsivamente. Si tratta generalmente si strutture magre, longilinee, che presentano muscolature tese e nervose, insieme a tessuti fragili e poco tonici. Una tonicità tuttavia acquisibile nel tempo proprio attraverso il lavoro sui tessuti.

Certi scatti convulsivi sono provocati dall’attivazione dei potenziali d’azione delle membrane, più sensibili e reattive quanto più è stato il senso di estraneità al contatto. Diventa fondamentale l’intervento prudente dell’operatore, la sua rassicurazione, la sua presenza, lo scrupolo del contatto oculare e l’accompagnamento attento in ogni passaggio.

A volte si chiede un auto contenimento ai clienti stessi, invitandoli a ritagliarsi uno spazio subito dopo la seduta per restare in contatto con quello che è avvenuto, non è raro l’uso della scrittura o del diario delle sedute. Quando una tensione ritorna un motivo può essere dato dal fatto di non aver avuto il tempo e lo spazio di elaborare i contenuti dell’incontro. Paradossalmente senza questo spazio di “decompressione” i tessuti possono tendere a richiudersi in una nuova difesa.

Tutto il lavoro fasciale si gioca in certi casi proprio su questo sottile filo tra dolore e piacere, rilascio e ritiro, liberazione e protezione.

Ciò che conta in questi casi è che la persona alla fine di un incontro di integrazione fasciale ritrovi un maggiore contatto con se stessa, si senta più piena, viva, aperta, e si riappropri di quelle parti che non percepiva in precedenza.

Un’attivazione che inizia dall’interazione durante le manovre quando si contrae e si rilascia il muscolo facilitando la padronanza con l’arto interessato e aumentando le possibilità di abbandono ad un lavoro più profondo con controllo.

Ogni azione su una tensione comporta la paura di sentire dolore, e solo il contenimento che segue le manovre favorisce la dissipazione di tali paure.

Non c’è una sicurezza di efficacia immediata. Alcune persone riportano modifiche alla loro struttura anche dopo diversi giorni, indice che il lavoro ha “covato” dentro per parecchio tempo. Si può ad esempio avvertire un’apertura del petto o un maggiore nutrimento e contatto con le proprie gambe anche in un periodo successivo. Il torace può risultare più espanso, i glutei sciolti e il collo più longilineo.

È lecito allora chiedersi quando avviene una piena integrazione e forse si può banalmente dire che avviene nel momento in cui il dolore corporeo diventa anche un dolore nostalgico, un dolore di accoglienza. Quando parti di noi che non sentivamo possono ritornare nell’insieme, quando ci ricongiungiamo a qualcosa che si era momentaneamente perso e allontanato.

Concludo dicendo che non va tralasciata l’importanza delle manovre specifiche e delle tecniche, ma in aggiunta ad esse l’integrazione fasciale vuole appropriarsi di quell’insieme di conoscenze che permettano di risolvere in via definitiva le restrizioni dei tessuti.

Illusione e Desiderio

Scritto dal dott. Marco Montanari Psicologo Psicoterapeuta Integrazione Posturale.

Al risveglio dal sonno, nel varcare la sottile linea che separa la dimensione onirica da quella reale compiamo piccoli rituali come stirarci il corpo, lavarci il viso, vestirci o bere una tazza di caffè; questi diventano utili automatismi per riportarci, più o meno velocemente, nel campo del conosciuto.

La realtà si fa afferrare attraverso gesti volontari e involontari che stimolano la nostra attenzione e ci sottraggono gradualmente alle mareggiate dell’inconscio, fino al punto in cui è possibile affermare con certezza di “essere qui”. L’atto più spontaneo e naturale tra le braccia di Morfeo, è quello di cedere alle lusinghe di un ricco banchetto onirico, dolcemente trasportati in un viaggio bizzarro incontrollato da accettare così com’è.

L’opposto di quello che accade nello stato di coscienza vigile, quando gli occhi ben aperti sul mondo, dovrebbero abilmente distinguere l’illusione dalla realtà e non perdere mai di vista la rotta. Ma sebbene una serie di incontri, stimoli, seduzioni e relazioni siano profilo della normale routine e delle interazioni quotidiane, non è scontato avere padronanza delle dinamiche che sottendono tutto ciò, così come non è scontato conoscere i condizionamenti nei quali siamo direttamente, e talvolta passivamente, coinvolti. Infatti proprio nella serie di scambi fisici e psichici che ci competono e con i quali ci confrontiamo in maniera quasi automatica, prendono forma le più ingannevoli illusioni, i più subdoli tranelli. E spesso non è chiaro nemmeno cosa stia succedendo realmente, o come sia possibile accorgercene e prevenirne gli effetti, se non addirittura evitarli.

L’ambiente non ci aiuta, non si esplicita nelle sue molteplici sfumature, non si palesa chiaramente nell’inganno.

Potremmo domandarci se qualcuno di noi davanti all’immagine di un cartellone pubblicitario, di una foto di una rivista o di una icona del web si sia potuto sottrarre abilmente all’immediato cambiamento del proprio stato d’animo, o sfuggire ad una tentazione aggiunta, ad un pensiero in più, o ad un desiderio a cui non avrebbe mai pensato. Certe influenze agiscono subdolamente, inaspettatamente, senza necessariamente un coinvolgimento cosciente.

Per usare un noto termine freudiano, continuamente rimaniamo  “libidicamente” mossi da forti stimoli seduttivi e inebrianti, che suscitano una reazione inconscia più forte rispetto all’azione cosciente.

Non c’è illusione più pura di quella che risponde all’immediato principio del piacere e si delizia della tempestiva richiesta della carne, dei sensi e dell’ego. Un piacere che ha il sapore di una gioia apparente, di una gioia “ben mascherata”: la regina delle generalizzazioni. Quante volte affermiamo: “mi piace, mi eccita, mi rapisce, mi fa impazzire”, oppure: “mi disgusta, mi repelle, mi ripugna”. Quante volte siamo sedotti da rapaci momenti in cui, sotto l’effetto delle reazioni più fulminee, travisiamo il vero nome di ciò che ci attrae e ci repelle e non ne riconosciamo la natura illusoria?  Il principio del piacere, nell’istante in cui si manifesta, è anche il principio della contraddizione, è una luce riflessa come quella di un miraggio, è l’effetto risucchiante di un perdersi senza tempo e causa. “Mi piace, lo prendo, mi stomaca, me ne vado, mi colpisce, lo voglio, desisto, soccombo”, in tutto questo la mente rischia di esaurirsi rimbalzando tra innumerevoli opportunità prive di radici e di centro.

L’illusione è in grado di arrivare direttamente all’inconscio e non teme nessun guardiano. Di fatto se ci accorgessimo di essere sotto l’effetto di un’illusione, se ne fossimo consapevoli, essa cesserebbe di esistere immediatamente e perderebbe il suo potere di illuderci. Quando si afferma: “è una persona molto suggestionabile”, “cambia facilmente idea”, “muta di volta in volta l’umore”, il processo psichico della suggestione si muove direttamente dall’ambiente, dagli oggetti e da personalità più forti e carismatiche che non usano necessariamente la seduttività con costrizione.

In questo aspetto la suggestione è molto simile all’illusione, sostituisce la realtà con una nuova realtà. Diventa una nuova verità auto riproducibile, creata autonomamente. Così se la riuscissimo ad utilizzare consapevolmente potremmo cambiare intenzionalmente uno stato d’animo o addirittura il corso di un evento.

Quando parliamo di suggestione non intendiamo sempre qualcosa di negativo, ma anche del potere di risvegliare qualità innate, sfruttando la plasticità della mente a vantaggio personale e a fin di bene. In questo caso “essere molto suggestionabili” può addirittura risultare un merito. Il potere di certe immagini ci può riportare ad uno stato di quiete o di forza, come ad esempio possono essere la raffigurazione di un fuoco, del sole, di uno spazio sconfinato, che internamente riescono ad evocare sensazioni energiche e vigorose, forse quelle che stavamo cercando e di cui avevamo bisogno. La ricerca di catalizzatori, modelli, simboli ed esperienze cariche di profondi significati diventa una fonte primaria di nutrimento per la nostra psiche, soprattutto se vengono da una lucida scelta indirizzata verso una direzione voluta. Ogni parte di noi ha bisogno di essere nutrita e diretta, colmata proprio in quei vuoti, così antichi e angusti, dov’è possibile l’infiltrazione di qualsiasi agente illusorio.

Fino a dove possiamo arrivare a scegliere? Fino a dove riusciamo a rispondere alla domanda: “da cosa sono illuso?” e a riconoscere la “grande sbandata” che feconda il terreno più fragile della nostra personalità?

Potremmo domandarci se riusciamo a riconoscere che ci ritroviamo in atmosfere piene di meraviglie e di non sensi. Come Alice nell’opera di Lewis Carroll, che ad ogni incontro si ritrova in una giostra confusa che va dal coniglio bianco al cappellaio matto alla lepre marzolina, trasportata indiscriminatamente nel cerchio intermittente tra abbaglio e realtà.

Tutto ciò che ci illude è in grado di toccare le corde più nascoste e sensibili, è in grado di privarci di quelle facoltà mentali che danno alla realtà una precisa connotazione. Per quanto possiamo impegnarci a cercare cause fisiche o visibili di questo fenomeno così misterioso, la sua azione agisce lasciandoci un grosso punto interrogativo. Perché siamo attratti proprio da una certa situazione, da una certa persona, e non da un’altra? Perché certi eventi sono in grado di farci perdere la ragione? La risposta a questa domanda a volte si scosta da una logica conosciuta.

Se compissimo un viaggio a ritroso per arrivare all’origine di questo imperscrutabile magnetismo dovremmo forse ritornare a quel gioco di sguardi, voci e teneri contatti che costellava le nostre relazioni infantili. L’eden dell’infanzia è stato un brodo primordiale di illusioni, di magici accadimenti, di spontanee interazioni. Tutto era estremamente accessibile, il piacere e il dolore erano sensazioni esasperate che si risolvevano in una magica simbiosi. Non è possibile chiedere alla nostra esperienza, seppure adulta, di dimenticare questa parte importante e totalizzante, di evitare quelle irresistibili sensazioni da “culla iniziatica”. Esse rimangono presenze archetipicamente consolidate nel profondo inconscio di ognuno di noi, costituiscono la relazione originaria in cui tutte le possibilità prendevano forma, riemerge ancestralmente in ogni situazione che ha il potere di renderla di nuovo attuale. Quella completezza e quell’appagamento rimangono dentro come una nostalgia, come una profonda incompletezza, come un ricordo idilliaco.

Allora possiamo a questo punto affermare che ognuno di noi porta con sé un’antica mancanza che cerca di colmare per tutta la vita. Questo accomuna l’illusione al desiderio, poiché anche qualsiasi desiderio, virtuoso o ignobile che sia, è lo specchio, parziale o totale, di ciò serve a completarci.

L’oggetto del desiderio, al di là della sua natura, altro non è che una sovrapposizione delle nostre immagini interiori condensate, e la sua potenza aumenta o diminuisce in relazione alle continue trasformazioni interiori ed a ciò che di complementare riesce ad appagarci nel corso della nostra crescita. Ecco che il nostro stato d’animo può oscillare tra l’esaltazione di aver trovato la chimera agognata e l’angoscia di essere nello stesso tempo sedotti e abbandonati, soprattutto quando ad essere frustrate sono le nostre aspettative.

Desiderare significa confrontarsi con la grandiosità di un percorso che, per quanto bello e potente, deve forzatamente passare dalla stretta fessura della realtà e pulirsi da ogni residuo illusorio. Per quanto entrambe, illusione e desiderio, abbiano la stessa funzione di colmare un vuoto, la loro differenza sta proprio nel riempirlo veramente o lasciarlo in sospeso.

Quindi restituire al desiderio la possibilità di assumere una consistenza concreta e trasformare ogni aspetto illusorio è un passaggio cruciale. In questo ci troviamo costretti a declinare il nostro senso di onnipotenza quando ci troviamo alla mercé di un inconscio indomito e selvaggio in cui tutto è il contrario di tutto. Come bambini, che si sentono i padroni del mondo quando vedono le loro richieste realizzarsi e si devono poi ravvedere crescendo, così anche noi, confrontandoci con la necessità di dare un senso ai bisogni, siamo costretti a ridimensionare i nostri capricci illusori, rieducando e indirizzando saggiamente tutte le fantasie effimere.

Corpo e Trauma: approfondimenti sulla tecnica miofasciale

Scritto dal dott. Marco Montanari Psicologo Psicoterapeuta Integrazione Posturale.

Questo vuole essere un articolo rivolto a chi, direttamente o indirettamente, si dedica o è eccezionalmente interessato al lavoro corporeo. La tecnica di cui parliamo, quella miofasciale, l’ho privilegiata per immediatezza ed efficacia rispetto ad altri modelli da me conosciuti. Ritengo che il lavoro sulle fasce sia essenzialmente un richiamo alla vitalità, un atto di forza in cui terapeuta e paziente aiutano sinergicamente l’anima a ritrovare la sua sede originaria nello scrigno del corpo. Molte volte farò uso del plurale perchè è un’attività interattiva tra chi la infonde e chi la riceve. L’incontro diventa allora una sana occasione per metabolizzare e rendere meno offensivi gli eventi traumatici incistati, più o meno profondamente, in aree corporee specifiche, impedendone la loro corretta funzione.

Accade spesso che sin dal primo momento i pazienti non raccontino nulla della propria storia, ma chiedano solamente di “agire”, nel modo più veloce e risolutivo possibile, sui rapporti incongruenti col corpo. Ben presto mi accorgo che la maggior parte di loro ha alcune zone, come quella del bacino, in un certo senso anestetizzate, sconnesse e spesso scattano involontariamente “muovendosi da sè”, prive di azioni compiute. Altre aree, come il petto, il collo o l’addome, non permettono nessun tipo di movimento forte che aumenti il calore o l’eccitazione locale. In altre parole, è come se ogni volta il lavoro sulle fasce portasse i pazienti davanti a sensazioni talmente forti da indurre spropositate reazioni di stupore o smarrimento. Dopo le sedute, una folla variegata di percezioni sconnesse si presentano anche in momenti diversi della giornata, lasciando spazio ad un senso di ingestibilità, che acuisce sentimenti di vergogna o estraneità nei rapporti.

La relazione col corpo è talmente connessa ad un senso di identità da essere la cartina tornasole rispetto a tutto ciò che avviene nelle relazioni esterne. Una maggiore armonia col proprio corpo sarà, nel contesto, indice di un equilibrata intesa col mondo. Un po’ come nei proverbi cinesi, dove vige il binomio tra ordine interno e ordine esterno. Infatti, come chiaramente emerge nel pentolone alchemico delle sedute, molti pazienti appaiono sospesi, assenti, talvolta irraggiungibili, come se fossero immersi in una profonda palude fatta di atmosfere stagne e prive di gravità. Per tendenza controllano sempre il mio operato, sono sintonizzati su ogni minima variazione del mio stato di coscienza, gli occhi sono vigili come quelli di animaletti impauriti, vogliono sapere angosciosamente se qualcosa non va, se è successo qualcosa o se qualcosa sta per accadere. I traumi profondi acuiscono un senso di allerta all’ambiguità, all’imprevedibilità, soprattutto nei confronti di un terreno impervio e minaccioso, la cui paura è conferma di quanto sia già stato calpestato o subito, in un passato indefinito. Il delicato compito del terapeuta diventa da un lato quello di soddisfare la richiesta di risolvere un problema in modo forte e risoluto, dall’altro quello di rimanere vigile davanti a fenomeni difficilmente controllabili ed arginabili, che, una volta aperto il vaso di pandora, possono facilmente riacutizzare il trauma d’origine. È come essere davanti al detonatore di una bomba senza sicura, il cui bottone potrebbe essere spinto per sbaglio da un momento all’altro. Vorrei quindi sottolineare come, in molti casi, il nucleo del trauma va raggiunto gradualmente, rispettando un’ascesa che attraversa delicati livelli, da quello mentale a quello fisico.

In un territorio straniero è necessaria una mappa ben tracciata per orientarsi, così nell’approccio corporeo ritengo che lo strumento d’eccezione sia fornito dalle linee guida dei diagrammi psicosintetici.

Per capirne l’effetto, pensiamo alla forza che nasce da un pensiero. La sua intensità aumenta proporzionalmente se espresso attraverso un’immagine, un’emozione, o un’azione. Ora, visualizzate un uomo che afferma la semplice frase: ” ci sono!”. E concepitelo mentre si impossessa dell’immagine che più possa rappresentare tutto il suo essere. Un drago giapponese per esempio, o un lottatore di sumo nel momento della vittoria, King Kong mentre sferra un pugno sul tetto di un grattacielo di New York, oppure l’immagine del vento, del sole o dell’ultimo tramonto. Il simbolo figurato è più forte del pensiero, amplifica ed espande l’intenzione, preparando il terreno al passaggio successivo: quello che coinvolge l’emozione. Qual’è l’emozione più incisiva che incarna lo stato del momento? Rabbia, gioia, collera , un motto d’amore? Immaginate quindi un uomo che stringe i pugni, si piega su se stesso, e coinvolgendo il pensiero, l’immagine e l’emozione del momento, con tutto se stesso afferma energicamente: “ci sono!”…”ci sono!”. Siamo nel pieno dell’atto autoaffermativo, quello che include tutti gli strati dell’essere: idea, immagine, emozione, azione.

Avete mai provato ad urlare con tutte le vostre forze al cielo? Avete mai sperimentato la potenza dell’autoaffermazione impressa in un atto simbolico ed eclatante?

Ebbene il passaggio dal nucleo incistato del trauma alla sua espressione libera, attraversa tutte queste tappe.

Un famoso terapeuta un giorno mi disse che per cambiare qualcosa della nostra personalità occorre tracciare un nuovo engramma cerebrale; solo quando esso prenderà il posto del vecchio già esistente, i giochi potranno cambiare. Per capire cos’è un engramma cerebrale potete immaginare un uomo che cammina in un campo di grano pieno di spighe alte e mature, e passa innumerevoli volte sui suoi stessi passi tracciando un sentiero. Un giorno decide di prendere una direzione diversa, abbatte così un muro di alti e inviolati fusti di grano e crea, con forza, un nuovo passaggio. Lo percorre più e più volte, fino a quando i suoi passi non si imprimono risoluti nel terreno. Mentre il vecchio sentiero sparisce quando le spighe costrette a terra dal peso dei passi si rialzano lentamente, il nuovo tracciato di conseguenza diventa sempre più evidente.

Mi sono sempre chiesto quanto tempo ci voglia a cambiare un engramma cerebrale, forse mesi, anni. Mi sono sempre anche chiesto come poter fare per velocizzare questo processo, accorgendomi quanto sia importante, a questo proposito, l’uso del corpo. Il peso specifico di un’idea cambia quando l’idea stessa è espressa da una vigorosa azione, quando s’incarna, quando esce dal midollo facendosi strada e scorrendo nelle vene. Maggiore è la possibilità di vivere nel corpo la forza di una vissuto, maggiore è il solco di un nuovo engramma cerebrale che traccia il binario del cambiamento concreto.

Il corpo quindi va attivato, “risvegliato”. Innumerevoli sono le situazioni che possiedono le qualità per richiamare la vitalità e rinnovare il frizzante entusiasmo dei sensi. Le bolle di un idromassaggio, per esempio, producono questo effetto quando solleticano le corde tese dei muscoli, ci accarezzano, e regalano un piacevole momento di dialogo con sensazioni sopite. Tutto ciò che riesce a farci sentire più vivi aprendoci al mondo, diventa una lecita scoperta. Ma le resistenze intorno a vissuti intensi, sono ben più difficili da arginare, e la vitalità attivata dalla rottura della difesa di un trauma, che è di natura ben poco piacevole, risveglia sovente forti impulsi incontrollabili. Le difese vanno quindi arginate con cura e rispetto.

Talvolta mi accingo a distrarre il paziente da una difesa eccessiva, comportandomi come una mamma che canta una canzoncina dolce al proprio bambino, mentre infila veloce i calzettini nei piccoli piedi che scalpitano. La distrazione deve essere tenera, come quella di un solletico o di piccoli sfioramenti periferici. L’intento è quello di depotenziare l’interesse verso una zona traumatica che è sempre al centro dell’attenzione.

Come insegnano le scoperte di Porges, il nostro sistema nervoso più evoluto attiva la positiva capacità di interazione sociale, mettendo in funzione i nervi cranici periferici, direttamente connessi alle espressioni del volto ed all’interazione verbale. Questa via quindi, va utilizzata in modo privilegiato nell’espressione dei conflitti emergenti. Pertanto la risoluzione di un trauma forte richiede, oltre al rispetto di tutti i passaggi sopra citati, un terapeuta abile a comunicare, che sia dolce e moderato, e aiuti il paziente ad uscire dall’immobilità del shock, attraverso la stimolazione del sistema vagale più recente.

Bibliografia: Maurizio Stupiggia, Il corpo violato, Edizioni meridiana.

Porges S.W. Orienting in a defensive world: Mammalian modifications of our evolutionary heritage. A Polyvagal Theory.

Ciclo vitale e desiderio

Scritto dal dott. Marco Montanari Psicologo Psicoterapeuta Integrazione Posturale.

In natura si manifestano eterni cicli di movimento e di quiete. Una pioggia scrosciante precede la comparsa dei primi raggi di sole e calmi cinguettii di uccellini. Un’impetuosa tempesta di sabbia volge nel silenzio delle dune al tramonto. Il violento moto ondoso converte in una placida bonaccia. Ogni celebrazione vitale arriva alla massima espressione poi tende alla quiete e si risolve in essa. Anche il movimento stesso contiene la quiete. L’agitazione torrenziale di tonnellate d’acqua delle cascate di Iguazu rivelano una maestosa e intrinseca quiete. Ho potuto sentire davanti a quella presenza una natura divina e imperturbabile, una staticità spirituale in armonia col movimento. Ancora più immediato è percepire il continuo ciclo di azione e riposo negli avvenimenti tangibili. Antiche civiltà, come quella greca, raffiguravano il tempo con l’immagine di una ruota che gira su se stessa. Il rito e le ritualità, i loro gesti che si ripetono, sono sempre stati simbolo di eternità, chiave d’accesso alla dimensione spirituale. La vita è un’eternità di movimento e quiete.

Nel nostro organismo l’attivazione e la quiete sono regolate dal sistema nervoso autonomo: il sistema nervoso simpatico e quello parasimpatico.

Il piacere in molti casi è riduzione di una tensione. Si prova una piena soddisfazione dopo un intenso sforzo o un’intensa eccitazione: l’orgasmo, ad esempio, è la risoluzione dell’eccitazione sessuale. Il passaggio dalla fatica al riposo, dall’emozione negativa a quella positiva, attraversa tutta la gamma dei vissuti, dai più piacevoli ai più dolorosi.

Riuscendo a vivere pienamente e intensamente questo fluire di stati d’animo, favoriamo il passaggio da un sistema ad un altro in un armonioso flusso vitale. Diversamente, se per qualsiasi motivo ambientale, culturale, morale, personale, le reazioni emotive sono bloccate, i due sistemi possono interferire a vicenda o sovrapporsi. È il caso in cui un’emozione non si esprime pienamente o non è possibile riconoscere fino in fondo uno stato d’animo. Le azioni perdono così di intensità e d’efficacia con il risultato di non riuscire a volte a portare avanti con chiarezza un compito o un progetto. Anche il riposo ed il sonno possono risultare disturbati, ci possiamo sentire “sfasati” portandoci dentro qualcosa di irrisolto. La tendenza verso la quiete è una necessità dinamica, serve ad armonizzare un movimento che si conclude. La condizione di quiete che intendiamo qui non è un vuoto sterile, tutt’altro, è quell’appagamento che posticipa un’esperienza pienamente vissuta. Ogni riorganizzazione ed ogni sintesi avviene nella quiete, è un balsamo che ammorbidisce il ricordo degli sforzi compiuti, risolve e ferma un’insofferente avanzare senza sosta.

Molti disagi sono dovuti alla mancanza di momenti di quiete. Spesso siamo come treni in corsa senza stazioni. Quando dialoghiamo, i discorsi iniziano e finiscono, nel mezzo ci sono intervalli, respiri, le frasi scritte alternano virgole e finiscono il periodo in un punto. Nonostante siano diverse le rappresentazioni delle pause, tutte le lingue del mondo rispettano questi intervalli, essi sono universali.

L’attività la conosciamo molto bene, la quiete un po’ meno. Durante una giornata mentre siamo impegnati in un’attività attendiamo attimi più piacevoli volgendo l’attenzione a ciò che deve ancora accadere. Il piacere viene posticipato, attribuito ad un momento migliore rispetto al qui ed ora. Il presente diventa un luogo di passaggio verso una situazione futura più consona in cui finalmente rilassarci e godere. Quando lavoriamo pensiamo al break dell’aperitivo, durante un incontro non vediamo l’ora di tornare a casa, se stiamo per andare in vacanza contiamo con impazienza i giorni che mancano.

Guardare altrove è il preambolo del desiderio: se non ci proiettassimo nel futuro non potremmo desiderare. Ma va distinta l’immagine del desiderio da quella destinata ad essere una fuga da un presente carente di soddisfazioni. L’essere altrove può diventare un’attitudine per portarci lontano da una frustrazione. Allora scalpitiamo nel presente e camminiamo sui carboni ardenti! A volte è tale l’inquietudine da abituarci ad essere distratti da qualsiasi altra cosa.

Questi momenti sono un’importante occasione per prendere consapevolezza di quanto sia importante scegliere un’altra destinazione, cambiare meta, iniziare un nuovo viaggio, scandire la nascita di un nuovo desiderio.

Il percorso del desiderio è come il viaggio dell’eroe, come la storia di Ulisse. L’eroe parte da casa con un’idea di conquista ben precisa, affronta le sfide lungo il percorso e torna. È diverso, cambiato. Gli ostacoli mettono a dura prova le sua capacità, temprano il suo coraggio. L’eroe non sa quando rincaserà, nemmeno è a conoscenza prima del tempo di quanti e quali impedimenti dovrà ancora incontrare, sa solo che si opporrà fermamente a tutte le contrarietà senza perdersi d’animo. Una volta raggiunta la meta sarà diverso, un uomo nuovo, con nuove qualità e valori. Nel suo viaggio Ulisse rimane solo, i suoi compagni non riescono a superare gli ostacoli, tutti muoiono dispersi mancando di rivedere la loro casa. Ulisse invece riesce a tornare. Rimane fedele a due aspetti: in primo luogo non perde mai di vista la meta, in secondo luogo, ma altrettanto importante, è abbastanza temerario e furbo da far fronte a tutte le difficoltà. Sono entrambe attitudini necessarie in un desiderio.

Un’attenzione impaziente e concentrata verso la meta rischia di trascurare il presente. Un presente troppo ostico, difficile, ancora lontano da come lo vorremmo vedere, non accettabile.

Il desiderio è quindi come una grande onda che cresce e si esprime al massimo delle sue potenzialità, si realizza e poi decresce e si riposa. È l’intero viaggio dell’eroe. È come il tragitto del giavellotto che compie una ampia curva nel cielo e poi affonda nel terreno. Ma nell’intero arco altri flussi di carica e quiete si alternano. Uno per ogni prova, uno per ogni momento cruciale, uno per ogni giornata, uno per ogni istante. Infiniti e continui impeti dove ci scontriamo e ci riposiamo, ci disorganizziamo e ci riorganizziamo. Alla fine di un ciclo nella sospensione metabolizziamo, ricoordiniamo. Una delle strategie di guerra più importanti descritta nei trentasei stratagemmi cinesi è quella di sapersi fermare, aspettare pazientemente, osservare, per dedicarsi nel migliore dei modi all’atto successivo.

La veloce turbolenza degli eventi quotidiani e le richieste dell’ambiente non danno spazio alla nostra onda di scendere, di riposarsi e concludersi. Questa pausa tarda ad arrivare o addirittura non arriva mai. Con difficoltà guardiamo il valore delle azioni raggiunte. Ogni cosa perde il suo merito per impegnare energie verso ciò che è più utile, più urgente e imminente.

Sono rari i momenti in cui “scendere”, detensionarsi, in cui poter contemplare gli eventi appena accaduti o poterne vedere gli effetti.

Momenti in cui le cose si assimilano, vengono metabolizzate, come tanti granelli di sabbia nell’acqua che si depositano e trovano il loro posto.

La contemplazione è quello stato in cui lasciamo scorrere il flusso dei pensieri e dei giudizi per osservare i fenomeni come sono, nella loro essenza, nel loro significato. Contemplazione e concentrazione sono le chiavi della comprensione.

Riguardo alla concentrazione Keyserling scrive: “la facoltà di concentrazione è la vera e propria energia propulsiva del nostro intero meccanismo psichico, non v’è nulla che ne aumenti la capacità operativa quanto il suo potenziamento, e ogni successo, in ogni ambito, è riconducibile allo sfruttamento intelligente di tale energia. Non v’è ostacolo che possa resistere durevolmente a un’energia volitiva eccezionale, concentrata all’estremo”. Quando ci concentriamo è come se raccogliessimo tutte le schegge sparse di un vaso infranto e le incollassimo accuratamente. La vita stessa tende per sua natura verso uno scopo, verso la realizzazione e verso un proprio intento. Il processo vitale è un’opera di armonizzazione e sintesi, un processo di per se stesso sintropico, cioè dotato di una sua energia coesiva.

Il desiderio quando è connesso alla vita è incluso in questo processo, la sua onda cresce si attiva al massimo, si realizza e decresce. Ogni fenomeno di quest’onda è un’azione concreta, sia negli aspetti dinamici che in quelli di quiete, le forze propulsive sono la concentrazione in quello che si sta facendo, la contemplazione di quello che si è già fatto e una sana e concreta aspirazione verso la meta.

Affrontare il dolore e la sofferenza

La persecuzione non causa sofferenza all’uomo giusto, né l’oppressione lo distrugge se egli è schierato dalla parte sana della verità. Socrate sorrideva prendendo il veleno, e Stefano sorrideva mentre veniva lapidato. Ciò che realmente fa soffrire è la nostra coscienza, che duole nell’essere contrariata e muore nell’essere tradita”. Kahlil Gibran.

Se diamo uno sguardo ai momenti difficili, tante sono le occasioni nelle quali dolore e sofferenza ci hanno portato ad arretrare o addirittura a rinunciare ai nostri più profondi sogni e alle più segrete aspirazioni.

Se il dolore è fisico la sofferenza è più psicologica. Sotto effetto del dolore e della sofferenza la vita si chiude ad ogni stimolo, diventa come una stanza occupata e claustrofobica, come una palude che ci ingloba sommergendo e rallentando tutto. L’urlo della sofferenza ha il sapore della pietra dura e, a volte, la consistenza di un volo nel vuoto. Spesso si ha l’impressione di essere braccati, prede di un destino avverso o condannati da un torturatore che ha preso di mira proprio noi, e agisce da chissà quale luogo e chissà per quale motivo. Il dolore non è sempre manifesto, può essere anche in forma latente. Quando è in uno stato latente, lo possiamo paragonare ad un ospite indesiderato da tenere d’occhio e da “afferrare” nel momento in cui appare. La nostra “arma” consiste nella vigile attenzione verso qualsiasi segno di infelicità, irritazione, impazienza e nervosismo, traccie energetiche che odorano della vicinanza imminente del disagio. Non guardando il cielo non ci accorgiamo dell’arrivo di un temporale e lo scroscio di una pioggia improvvisa anticipa la ricerca di riparo, così lo stato di latenza senza essere avvistato da una attenta vigilanza si trasforma in un lampo nello stato manifesto, irrompendo insieme a inattese sorprese. Dalla finestra di casa mia vedo un albero di ciliegio che in Aprile getta i primi fiori bianchi. Con il primo caldo diventa bellissimo, si esprime vivace e puro in mezzo al prato di erba fine.

Questa fioritura in inverno è sostituita da tronchi nudi, lunghi ed umidi. Guardando in con il freddo i rami spogli posso ritrovare dentro di me la lucente immagine dei fiori. Se potessi spingere il fast forward avnzando velocemente il tempo e ritrovandomi appoggiato al davanzale con i capelli un po’ più lunghi a respirare la dolce brezza della primavera, ammirerei il bianco candore del ciliegio. È solo una questione di tempo. La comparsa dei fiori è già nei rami spogli. I fiori sono già li, in uno stato latente.

Nel buddismo del Sutra del Loto l’effetto latente ( nyo ze ka) indica il volto del karma delle azioni compiute nel passato e la direzione che prenderanno al momento attuale. Nichikan Shonin un patriarca buddista scrive: “il fatto che la mente produca felicità o disgrazia dipende dall’averle prodotte in passato. In questo senso, ciò che la mente ha prodotto è la causa interna, ciò che produrrà è l’effetto latente. In realtà entrambi dimorano simultaneamente nella nostra vita”. C’è chi ha una intolleranza estrema al dolore. Toccando il corpo scatta come se si sfregasse sulla pelle viva. La reattività è come quella di un nervo scoperto. Si può dire che quando non c’è una adeguata sopportazione a questi stimoli, manca un contenitore abbastanza capiente in grado di racchiuderli. Il vaso pronto a raccogliere è una delle immagini più simboliche della dottrina taoista: rappresenta la qualità dell’inclusione. Un importante requisito per trasformare il dolore e la sofferenza sta nello sviluppo di un contenitore vasto a sufficienza per far fronte alla ingombranza dei tormenti interni. Non stiamo parlando di un contenitore concreto come può essere una brocca o un’anfora, ma di un atteggiamento verso, una capacità di stare, una attitudine. Anche nella dottrina buddista vengono citati i quattro elementi di aria, acqua, terra e fuoco per indicare le importanti virtù di includere e trasformare. La grandezza della terra accoglie le sostanze immonde e sudice come gli escrementi e le trasforma senza esserne danneggiata. L’acqua è il luogo dove vi possono essere immersi elementi contaminati e inquinanti che vengono ricevuti senza attaccamento, trasformati e mondati. Il fuoco ha la virtù di bruciare, purificare e trasformare ogni cosa. Infine l’aria porta ogni odore, olezzi ed esalazioni cattive, ed ha la dote di trasportarli e dissiparli. Il Budda esortò i suoi discepoli bhikkhu ad essere come il cielo, per metterli in guardia a non farsi turbare dalle offese. Quando qualcuno sputa verso il cielo, lo sputo non rimane attaccato ma ritorna indietro e ricade sulla sua faccia. Mi colpì la descrizione riportata da Ilario assagioli quando ascoltò la risposta di uno Swami indiano su come affrontare attacchi e vincere una eccessiva sensibilità emotiva. Il maestro gli riferì: “…Quando noi ampliamo tanto il nostro amore si da comprendere tutti nell’ambito di esso…”. Un elefante viene accolto diversamente se entra in un piccolo stagno o in un grande lago, nel primo caso solleverà spruzzi di acqua smuovendo fango mentre nel secondo caso non turberà la pacatezza e l’immobilità del bacino che lo ospita. Pertanto il nostro contenitore ampio e vasto come un grande lago, illimitato come il cielo, accogliente come la terra, puro come l’acqua sarà in grado di includere ogni afflizione. Quando usiamo il termine contenitore non ci riferiamo al limitato concetto fisico di contenere, che a volte può essere confuso con l’atteggiamento di sopportare o di farsi carico. La percezione della immensità della nostra vita attraverso virtuose qualità umane quali pazienza, saggezza, forza d’animo e capacità di rinnovamento, dentro ognuno di noi accrescono la facoltà di far fronte agli eventi e di ampliare la capacità di contenerli.

Diversamente accade quando gli ostacoli delle inquietudini soffocano ogni spinta evolutiva ed ogni entusiasmo. Se il piacere porta ad espansione, nei sentimenti, nei contatti e nella condivisione della vitalità, il dolore porta a chiusura. Aumenta la tendenza a scontrarci ad evitare le relazioni o ad essere autodistruttivi. Eppure il dolore è anche un passaggio obbligato per il “ritorno alla vita”. Lowen ha spiegato questo passaggio con chiarezza nell’esempio dell’assideramento. Quando abbiamo un principio di congelamento ce ne accorgiamo solo nel momento che entriamo in un ambiente caldo dove, da una insensibilità precedente, affiora il dolore. In quel momento avviene il supplizio, la pressione del sangue che si fa forza per fluire negli spazi ristretti delle zone congelate e diventa un’insopportabile pena. La linfa vitale e calda del sangue spinge per emergere e portare vita nei freddi e statici lembi del corpo. Concentrandoci sull’invasione lacerante, il fastidio ci blocca, come prigionieri sotto tortura. Nel momento in cui invece la nostra attenzione è posta sulla forza vitale che si fa strada nel corpo siamo spinti a muoverci cercando di favorire questo processo di guarigione. Assecondando il nutrimento con movimenti, accelleriamo il tentativo del sangue di raggiungere tutte quelle estremità ancora non ammorbidite dal suo flusso. L’immagine che abbiamo dato può essere una importante metafora di vita: da che parte stiamo noi nella continua alternanza tra caldo e freddo tra dolore e piacere tra movimento o staticità? A cosa diamo valore? Siamo dalla parte di quel sangue che scorre vigoroso e tempra la materia per farsi spazio con la sua vitalità o siamo fermi in quelle frazioni congelate ed immobili ad aspettare che qualcuno arrivi a portare un po’ di speranza e calore?

Un dolore o una disgrazia mettono sottosopra la vita ordinaria, si è costretti ad affrontare esperienze che mettono a nudo tutte le illusioni, viene svelata in un istante la vanità e la precarietà di tante convinzioni a cui si dava molta importanza. Attraverso questi particolari momenti si è costretti ad attingere ad una forza che talvolta non sapevamo neanche di possedere. Il solo contatto con questa nuova energia giustifica l’apparizione di tanto patimento.

Mi piace a volte vederci tutti come scultori. Ognuno si improvvisa davanti alla propria lastra di marmo. La materia che scolpiamo rappresenta la sofferenza e la difficoltà di forgiarla l’arduo compito di trasformare il disagio. Ho chiesto un giorno ad un amico scultore di scrivermi cosa prova mentre lavora il marmo. “…Le prime volte i cui ho preso in mano lo scalpello ero attento alla pesantezza del ferro, alla intensità del colpo del martello, alle scintille di ogni percossa ed alla corsa delle scheggie dei piccoli frammenti di roccia calcarea che si distribuivano nella stanza. In seguito ho fatto sempre meno attenzione a tutto questo concentrandomi sull’effetto della mia azione sulla pietra. Ho l’impressione che la materia pur essendo così dura si scaldi e si adatti sotto la mia azione, riesco così a forgiarla e a dare vita alle forme che voglio. Col tempo ho sviluppato una attenzione ai particolari sempre più precisa e ad una qualità del taglio sempre più netta. Dalla prima forma grezza lentamente si manifesta con più nitidezza la figura, essa emerge come una apparizione che proviene da mondo indefinito e sommerso. L’informe e indifferenziata massa si plasma e mi sento come un creatore. A volte medito con pazienza e distacco davanti alla figura che sto scolpendo, mi preparo alla prossima azione, al successivo incontro con la materia. Quando risco ad esprimermi veramente sono tutt’uno con ciò che faccio ed entro nello scoplire con intensa concentrazione, più che posso. È per me una emozione ben più intensa di quello che verrà fuori. “. La scultura, come tante altre arti, sono le vie per riuscire ad esprimere un proprio stile, una propria personalità che necessita impetuosamente di emergere. Prendono vita forme stili e concetti ma soprattutto emerge un’anima, le qualità di una persona tramutate in arte. Le sculture futuriste di Umberto Boccioni o i bronzi impressionisti di Degas, l’inconfondibile cubismo sintetico di picasso, sono testimonianze lampanti delle personalità degli artisti.

Un giorno lessi una fiaba che parlava di uno scultore. C’era a fianco di un piccolo villaggio un uomo di nome Babel oramai avanti negli anni, che abitava in una vecchia casa in mezzo al bosco. Ogni giorno dedicava molte ore alla scultura intagliando grandi tronchi di legno. Eppure non si sentiva un artista, denigrava tutto ciò che faceva, considerava in cuor suo quel mestiere inferiore a tante altri. Sin da giovane voleva diventare famoso tra i villaggi della contea e dimostrare a tutti gli abitanti che era un vero artista e che le sue statue avevano il potere di stupire ogni uomo che si fermasse ad ammirarle. Era addolorato, perchè dopo tanti anni non era riuscito ancora a intagliare qualcosa nel legno che fosse degno di lode, che lasciasse a bocca aperta. Nessuno lo aveva mai conosciuto profondamente e si sentiva molto solo. Non si era mai sentito veramente speciale in qualcosa ed aveva cercato di farlo dedicando il suo tempo alla scultura. Una notte, camminando triste nel bosco incontrò la visione di una meravigliosa fata luminosa che espresse il desiderio celato nel profondo suo cuore di diventare un grande scultore. Rientrando rasserenato a casa, Babel, trovò tante statue di legno appena scolpite che erano di una bellezza estrema. Erano davvero incantevoli. Ognuno si sarebbe fermato veramente a guardarle con stupore ed ammirazione, proprio come stava facendo lui in quel momento. Il suo cuore si esaltò all’idea che tutti gli abitanti della contea potessero innamorarsi dei suoi capolavori. Al contempo sentì presto l’esigenza di metterci mano, grattando un po’ qua e la, ritoccando con lo scalpello qualche angolino o smussando qualche espressione. Insomma, Babel non era soddisfatto. C’era qualcosa nel suo comportamento, una inquietudine che non riusciva a placarsi neanche davanti a statue così belle. “Non le ho fatte io!..” si ripeteva tra se e se, “Non rappresentano propro quello che ho dentro!” si rimproverava. Così facendo, Babel finì col rovinare tutti quei capolavori. Allo stesso tempo creò con i suoi interventi delle forme nuove che, a guardarle bene, non disdegnava. Quello fu un momento decisivo per la sua vita di artista, iniziò da allora a capire cosa voleva veramente tirare fuori da quei tronchi di legno. Le sue sculture furono le forme più strane e creative che tutti gli abitanti della contea avessero mai visto. Le sue sculture iniziarono ad adornare le case e gli ambienti pubblici di tutti i villaggi. La voce si sparse. Non c’era un abitante che non abbellisse la sua abitazione con una creazione di Babel, alcune contornavano le porte di entrata, altre salivano lungo le facciate principali altre abbellivano le stanze ed i salotti. Il suo nome correva sulla bocca di tutti, ebbero finalmente di lui grande stima e ammirazione.

Come è successo a Babel, anche per noi non sarebbe una vera felicità se una fatina incontrandoci ci facesse sparire tutte le negatività. Il rapporto con il dolore e le sofferenze, per chi riesce a coglierne l’opportunità, attiva un processo creativo trasformativo che attinge alla più profonda energia del nostro animo. La forza del processo creativo è più importante del risultato finale, perchè il risultato è ciò che rimane fisicamente, ma è la forza stessa a ricordarci in ogni momento chi siamo veramente.

Dal bisogno al desiderio

Scritto dal dott. Marco Montanari Psicologo Psicoterapeuta Integrazione Posturale.

Paul Chauchard riporta la famosissima espressione di Cartesio “penso dunque sono” al desiderio: “desidero dunque sono”. Se desideriamo, dunque siamo. Il desiderio è connesso all’essere, è connesso alla vita. È qualcosa di inestimabile. Scrive Buber: “in ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro. Ma ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l’aspetto più intimo del proprio essere”.

L’aspetto più intimo del proprio essere, secondo Buber, è una nota autentica che si raggiunge attraverso un processo di riconoscimento, un cammino graduale. Come se dal mare ci incamminassimo lungo la foce di un fiume risalendo fin verso la sorgente. Vediamo la differenza tra bisogno e desiderio partendo dall’origine e dalla parte più istintiva che è in noi: quella animale. L’animale ha molti bisogni e pochi desideri. L’uomo ha molti bisogni e molti desideri. La soddisfazione dei bisogni estingue le reazioni ad essi. La soddisfazione di un desiderio ne porta uno nuovo e più evoluto. Nell’animale la fame induce alla ricerca di cibo, il nutrimento poi estingue la fame; allo stesso modo quando ha sonno si rifugia e dorme, se si ferisce si ferma e aspetta. Ogni azione assicura la corretta soddisfazione dei bisogni. Un animale non va mai generalmente oltre la sua necessità, non mangia quasi mai oltre il necessario, non dorme oltre il necessario, non si ferma oltre il necessario ecc. Soddisfa i suoi bisogni in maniera ottimale. L’uomo no. Il leone quando ha cacciato e si è nutrito non è pericoloso, si accuccia nella savana all’ombra di un albero, nel suo sonnecchiare è indifferente a tutte le bestie che passano nell’arco di pochi metri. I cacciatori questo lo sanno e si guardano bene dall’avvicinarsi senza premura al cospetto di un leone famelico. Il bisogno quindi rispetta un ciclo che è puramente biologico. La nostra caccia invece oggi inizia e finisce in un supermercato. Qualcuno alleva per noi animali che reperiamo comodamente dentro cellophane o surgelati, già tagliati, avvolti nelle verdurine, fritti, speziati, macinati, nelle forme più carine come dadini, palline, cubetti, salamini, triangolini, involtini. La caccia è oggi un imbarazzo della scelta. Il desiderio è estrarre il prodotto che più ci aggrada per le voglie più personali. Così avviene per ogni prodotto disponibile sul mercato. I vestiti che indossiamo, per esempio, non sono solamente utili a coprirci dal freddo ma diventano anche un’espressione, un modo di essere, una cultura. Per definire più chiaramente un bisogno vorrei usare una metafora: come una pompa idraulica genera una compressione e rimane in tensione fino al successivo rilascio così ciclicamente ogni bisogno inizia e finisce. Il bisogno è un’altalena, nel punto più alto sale ma la suspance non rimane a lungo, prima o poi cade di nuovo. Il perno sul quale si muove è sempre quello. Il bisogno è un uomo che aspetta, procastina, dipende, gira intorno, rimane sospeso, insoddisfa e soddisfa in continuazione. Il gioco ripete sempre lo stesso procastinare e mai si evolve. Alcuni bisogni come mangiare, dormire, respirare, istinti sessuali, sicurezza sono fisiologici e necessari. Quando abbiamo fame si accentuano i sintomi di languore, contrazioni allo stomaco, brontolii e vuoti d’aria e nutrendoci immediatamente scompaiono. Poi giunge la sete o il sonno, ma con certezza ritornerà la stessa fame e lo stesso bisogno. Il bisogno quindi torna ed è sempre lo stesso. La sua ciclicità ci tiene legati alla vita. Il complesso mondo delle oppurtunità tiene sempre alta la sfida ad evolverci. Ed ecco che dal semplice bisogno matura il desiderio. Dal latino sidus, sideris, che significa stella o costellazione. Legato quindi al concetto di luce e a tutto ciò che guida e porta chiarezza. In passato le stelle erano un importante punto di riferimento per non perdersi e per orientarsi, per trovare e seguire la giusta via. L’osservazione della collocazione degli astri fungeva da strumento per ogni spostamento via terra e via mare. I popoli cinese e Maya consultarono per primi gli astri anche per ottenere previsioni del futuro e guide in scelte importanti. Nella tradizione ebraica le stelle apparivano come annunciatrici di avvertimenti importanti come catastrofi o nascite di personaggi significativi (pensate alla cometa di Betlemme). Così lo sguardo rivolto verso il cielo non aveva il solo scopo di contemplare, ma anche bramare. Il “de” privativo di de/siderare, nell’antico linguaggio augurale dei marinai indicava il cessare di vedere, il disorientamento e assenza di punti di riferimento.

Ma il desiderio è anche un rimpianto, una nostalgia verso qualcosa che un tempo c’era ed è andato perduto, se ne sente soltanto un richiamo lontano e irraggiungibile, come le stelle!. Il bisogno quindi è la forma immatura del desiderio. La crescita di ogni essere umano passa, come la crisalide alla farfalla, dal luogo dei bisogni al luogo dei desideri. Da piccoli eravamo pieni di bisogni, se non fossero stati soddisfatti non saremmo potuti arrivare fino ad ora. Ma molti sono rimasti in sospeso, ecco dove sta la fregatura. Se potessimo rivedere tutte le volte in cui i nostri bisogni sono stati ignorati ci imbatteremmo in ricordi molto spiacevoli. Il desiderio è evolutivo, il bisogno no. Fermi in una situazione ansiosa e bloccati dal bisogno siamo in un’ attesa attiva verso l’evoluzione. Ecco perchè ritengo che gli stati di ansia siano in un certo modo crisi molto importanti, presentano un grande movimento di energia (quella ansiosa,), sospesa ai margini di un nuovo senso e di una nuova direzione.

Sembra un passaggio obbligato a volte regredire, ritornare bozzolo per raggiungere una forma più matura come quella di una farfalla. Riscoprire il bisogno per arrivare al desiderio pare essere, a volte, la tappa più importante. Nella regressione abbiamo fretta, nessuno vuole starci a lungo, e si rischia quindi di accellerare una trasformazione che richiede più tempo. Non vogliamo stare nella frustrazione, non vogliamo stare male. Il bisogno per essere trasformato invece deve a volte rimanere in incubatrice proprio come il bozzolo della farfalla, e deve rimanerci il tempo necessario. Questo intervallo dipende dalla natura del nostro bisogno, da quanto è radicato dentro di noi sin dal passato. Provate a dire ad un bambino di tre anni che il suo gioco preferito non c’è o che lo portà avere solo il giorno dopo. Non esiste il domani per un bambino, non esiste l’attesa, non è possibile restare nel bisogno e quel bambino è sempre con noi.

Il passaggio tra bisogno e desiderio è proprio in quell’atto di volontà in cui gli impulsi sono sospesi, per usare una espressione di Assagioli “inibiti”, e dove l’impazienza di quel bambino viene domata. Concludo quindi con le parole di un grande maestro:

“Per le orecchie moderne la parola “inibizione” ha un suono piuttosto sgradevole; fa venire in mente la repressione e le sue infelici conseguenze…. vale dunque la pena di chiarire la grande differenza che esiste tra “repressione” e controllo cosciente. Reprimere un impulso significa condannarlo, cercare di cancellarlo o di “imbottigliarlo” nell’inconscio e fingere che non esista. Ma tutto ciò che è represso ritorna più tardi, e spesso travestito, a reclamare quanto gli è dovuto. Inibire, d’altra parte, consiste nel trattenere con fermezza un impulso o una tendenza mentre si delibera sul modo migliore di affrontarli. Reprimere dunque è sciocco. Ma, usata bene, l’inibizione può essere il marchio della saggezza”. (Roberto Assagioli, Atto di volontà, 1973)

Sutra del Loto e Psicosintesi: i molti aspetti dentro di noi

Scritto da Marco Montanari, psicologo psicoterapeuta integrazione posturale.

Il Sutra del Loto può immediatamente apparire come una prodiga favola. Non è casuale che sia usata una narrazione al confine tra l’immaginifico ed il reale per trasmettere uno dei più preziosi insegnamenti del buddismo. In molte religioni si trova questo metodo di diffusione dottrinale tra maestro e discepolo. Un esempio è il poema Bhagavad Gita, scritto in sanscrito e considerato il testo principale dell’induismo, oppure gli insegnamenti dei Chassidim. Questa mistica corrente dell’ebraismo si è servita sin dal passato di storie dai profondi contenuti per introdurre alla verità. Nelle tradizioni spirituali di molti popoli, così come nella psicoterapia e in molte pratiche di guarigione, le storie diventano “storie che curano”, sono efficaci mezzi di trasformazione in grado di attivare l’immaginazione e di arrivare direttamente al cuore delle persone. La narrazione ha il potere di trascinarci fuori dal tempo e dallo spazio e di introdurci con delicatezza nel regno dell’inconscio e dell’anima.

I processi interiori prendono vita attraverso le immagini e le azioni dei personaggi del racconto. Non sono rispettate le stesse regole del reale, tanto meno vengono rivelati esplicitamente particolari dogmi o insegnamenti, ma gli stimoli della storia raggiungono direttamente le emozioni del lettore permettendo il verificarsi di significativi cambiamenti. La narrazione diventa uno spazio dove, attraverso l’immaginazione, desideri e pulsioni interiori trovano una via per incarnarsi ed essere agiti. Nelle favole, scrive Vygotskij, la produzione fantastica procede direttamente dalla realtà e agisce sulla realtà stessa in quanto suggerisce le esperienze necessarie per l’evoluzione ed il superamento delle più dure prove. Betthleim afferma che le storie fantastiche sono un forte propulsore psichico che agisce in maniera differente, diverso da persona a persona e diverso in momenti differenti di vita.

Pertanto possiamo sin da subito prendere in considerazione gli eventi del Sutra del Loto come una descrizione metaforica di qualcosa che ha luogo all’interno della psiche più che nella realtà stessa. Infatti sin dai primi versi si entra immediatamente in una dimensione che reale non è, ma esprime tuttavia un’immagine simbolica molto suggestiva.

Così inizia: “Una volta il Budda si trovava sul monte Gridhakuta nei pressi di Rajagriha. Era accompagnato da una moltitudine di dodicimila eccellenti monaci, tutti arhat che avevano già sradicato ogni illusione e non avevano più alcun desiderio terreno…”.

La visione di tutte le persone radunate sul monte per ricevere l’insegnamento può essere accostata all’immagine della nostra psiche dove molte parti di noi sono in attesa di una saggia guida, un giusto ordine ed un corretto riconoscimento. Nel sutra avviene proprio questo: ad ogni partecipante viene attribuito un destino ed una funzione particolare. Simbolicamente immaginiamo questa grande assemblea come il vasto pubblico di personaggi che siedono al cospetto del grande occhio della coscienza desiderosi di riconoscimento e conduzione.

Questa metafora è suggestiva per due motivi: il fatto di poter prendere in considerazione la presenza di una molteplicità dentro di noi e la necessità di dirigere tale numerosità e varietà di parti attraverso una coscienza centrale, saggia e direttiva. Roberto Assagioli, fondatore della Psicosintesi, affermava che una delle maggiori cecità e illusioni dell’essere umano è credere di essere “tutti di un pezzo”; è limitativo e fuorviante cercare di dare un’unica definizione di noi stessi vedendoci attraverso una singolare personalità definita e stabile. Di comune uso tra di noi è l’affermazione convinta: “io sono cosi!”, oppure “io non riuscirò mai ad essere diverso da così!”. La realtà interna è fatta di molteplici parti in continuo movimento ed in costante interazione tra loro; definirci monotematicamente diventa il più delle volte una difesa dal rischio di entrare in contatto con le nostre ambivalenze, conflitti e contraddizioni.

Avvicinandoci alla conoscenza del nostro mondo interno siamo chiamati in causa a partecipare, nella vita quotidiana, come nella grande assemblea descritta nel Sutra del Loto, al difficile impegno di dare il benvenuto dentro di noi a tutte quelle manifestazioni che si alternano continuamente. Tutti i giorni infatti intervalliamo continuamente reazioni e stati d’animo. Il nostro intento principale è quello di riconoscere queste parti in continuo mutamento che appartengono alle molteplicità del nostro ambiente interno trasformandole (o illuminandole) in accordo con il nostro progetto evolutivo.

Un modo di relazionarci ad esse è quello per esempio di dialogare, a volte ironicamente, domandandoci ad esempio:”chi è presente oggi? Con chi ho a che fare? In quanti siamo?”. Ricordo le mie supervisioni con Antonio Tallerini nelle quali ogni volta che entravo in studio mi domandava: “in quanti siete? Chi mi è venuto a trovare oggi?”. La modalità ironica già ci distanzia dall’invadenza potente e a volte sopraffacente. A volte dico a me stesso: “Ci risiamo!, di nuovo è arrivata quella sensazione di fastidio che mi indica che sono stato sopraffatto dagli eventi, ora do a lei il benvenuto ed inizio ad averci a che fare…”. Molte volte nel dialogo terapeutico si procede nello stesso modo per riconoscere e ad affrontare senza tragicità sensazioni di ansia, paura, rabbia, oppure per prendere coscienza di ruoli e dinamiche oramai automatiche. Se ci pensiamo, certe evoluzioni della sofferenza si ripetono e sono sempre le stesse, allora dovremmo davvero iniziare a salutarle come si fa con un ospite indesiderato e avviare un dialogo amico, dopo tanto tempo, che esorcizzi il loro essere padrone in terra straniera.

Quando decidiamo di conoscere e trasformare noi stessi non desideriamo forse raggiungere nella quotidianità, al pari di Shakyamuni nella grande assemblea, un posto sul trono del regno interiore diventando re dei vari personaggi psichici che ci popolano dentro?

Le mete della pratica buddista così come dell’approccio terapeutico sono quelli di sviluppare luce di comprensione verso tutte quelle parti che attendono di essere dirette e trasformate. Quando riusciamo distanziarci dai contenuti dell’inconscio, ci disidentifichiamo da essi e prendiamo metaforicamente posto nel “trono della grande assemblea”. In quel momento assumiamo le qualità rivestite da Shakyamuni di presenza, stabilità e capacità di dirigere. Assagioli scrive nell’Atto di Volontà: ” Noi siamo dominati da tutto ciò in cui il nostro io si identifica. Possiamo dominare, dirigere ed utilizzare ciò da cui ci disidentifichiamo.”. La dottrina della vacuità è una delle dottrine fondamentali del buddismo così è scritto nel Sutra Mahaprajna paramita nel dialogo tra Shakyamuni e Sariputra:

«”Pertanto, o Sariputra, dal punto di vista della vacuità non c’è materia, né sensazione, né concezione, né impulso vitale, né coscienza… non forme, suoni, odori, gusti… non c’è conoscenza, né ignoranza”…». Se consideriamo l’Io, o colui che fa l’esperienza, dal punto di vista della vacuità, esso è vuoto, privo di contenuti e privo di identificazioni. Ma la domanda è: “Può l’Io rimanere privo di identificazioni?”. Possiamo in quanto esseri umani pieni di desideri e bisogni perseguire l’intenzione di non identificarci in nulla o privarci di ogni sorta di contenuto della coscienza? Probabilmente l’Io privo di identificazioni morirebbe o sarebbe spogliato di eros, di vitalità e di gioia di vivere. Non usufruirebbe di qualità che trova proprio in ciò in cui si identifica.

Nella meditazione secondo la mia esperienza non si tratta quindi di privare l’Io di contenuti ma di riempirlo, o meglio riconnetterlo, con il suo contenuto originario, la matrice da cui è venuto e quindi la sua vera natura. Questa unione in Psicosintesi viene chiamata connessione Io – Sé.

Nella quotidianità siamo costretti ad identificarci, il nostro Io è invitato continuamente a “riempirsi” di esperienze: ci identifichiamo ad esempio nella semplice azione di mangiare in colui che mastica, beve e ingerisce cibo, nei più complessi ruoli lavorativi, nelle responsabilità familiari, nelle passioni sentimentali o nei piaceri sessuali. Tutto ciò non lo possiamo evitare.

L’identificazione non è negativa di per se ma lo diventa quando si discosta dalla nostra natura, dal nostro progetto evolutivo, dalla possibilità di espressione di noi stessi.

L’atto di disidentificarci si rende una scelta consapevole, un diritto per toglierci da quello che non ci appartiene e impedisce una piena espressione di noi stessi, così l’identificazione diventa una scelta di cambiamento, una consapevole direzione verso aspetti che ci rappresentano e ci permettono di emergere con pienezza. Anche Siddharta non sarebbe stato felice se fosse rimasto nel palazzo reale insieme alla sua famiglia, probabilmente si sarebbe completamente identificato negli affari politici, economici e militari di corte, oltre ad essere forse un buon padre con suo figlio Rahula. Ma sicuramente non sarebbe stato felice e non si sarebbe realizzato. Allo stesso modo quando si illuminò sotto l’albero di Pippal decise di non rimanere insieme gli asceti identificato in un radioso eremita o di restare immobile come un’antenna energetica o una radice dell’albero del risveglio, ma si sentì spinto a condividere con gli uomini ciò che aveva compreso. Portò il suo insegnamento tra la gente comune attraverso una faticosa opera di propagazione. Solo in quest’ultima identificazione realizzò il suo scopo e raggiunse una piena felicità.

Capita usualmente dopo aver cominciato un percorso terapeutico o dopo aver sperimentato una disciplina di pratica buddista di riconoscere più chiaramente alcuni limiti personali prendendo coscienza di essere stati per molto tempo in situazioni che causavano sofferenza. Fermi nell’abitudine siamo a volte come chi lavora nelle latrine e non sente più l’odore dell’ambiente maleodorante. Solo attraverso strumenti che ci favoriscono una percezione diversa è possibile distaccarci per un momento dalla sofferenza e osservare le cose con più distanza. Questo è efficace per sentire nuovamente viva l’intolleranza all’abitudinario stile di vita e la necessità di spostarci in una direzione nuova, tutte sensazioni che si erano sopite. Spesso l’espressione più comune è : “Ma dove sono stato fino ad ora? Mi sembra di avere dormito! Come se non avessi vissuto veramente per tutto questo tempo!”.
Concludo con uno stimolo che viene dai versi del poeta mistico Rumi. Egli scrive in un passo molto profondo di “Conversazioni a tavola” :

“Il maestro disse che un’unica cosa al mondo non va dimenticata. Se anche dimenticaste tutto quanto, ma non questa, non c’è motivo di preoccupazione. Ma se ricordaste, eseguiste e portaste a compimento tutto il resto, dimenticando questa cosa sola, non avreste fatto assolutamente niente. È come se un re vi avesse inviato in un paese straniero con un compito preciso. Andate, vi occupate di centinaia di altre cose ma se tralasciate il compito per cui siete stati mandati, è come se non aveste fatto niente.

L’uomo è venuto in questo mondo con un preciso compito, e questo è il suo scopo. Se non lo esegue, non ha fatto niente.”

Secondo i più grandi maestri spirituali il principale scopo dell’essere umano è quello di ricongiungersi alla sua natura illuminata. I più importanti modelli psicoterapeutici concordano all’unisono sulla necessità di aiutare l’essere umano a conoscere se stesso attraverso principi di sintesi ed armonizzazione di tutte le sue frammentarie parti. Penso che l’integrazione consista proprio sia nel riconoscere la necessità dello sviluppo di una centralità sia nell’allenamento ad un atteggiamento continuo di inclusività di tutte le nostre parti. Questa prerogativa è essenziale nel nostro percorso di crescita.

Centralità

Scritto dal dott. Marco Montanari Psicologo Psicoterapeuta Integrazione Posturale.

Se una ruota gira sufficientemente veloce i raggi non si distinguono più tutto si confonde in un unico colore. Il suo centro, al contrario, ancora ben percepibile e rimane un punto stabile.

Si narra che il grande fisiologo francese dell’ottocento Claude Bernard iniziò un suo discorso dicendo:“ Un uomo è una cosa costruita attorno ad un intestino”. In un’epoca orientata verso lo studio dei campi energetici l’affermazione oggi diventerebbe: “L’uomo è un’essere che si sviluppa intorno ad una linea centrale polarizzata”.

Ogni forma di vita si evolve attorno ad un centro. Non solo nelle forme di vita ma anche nelle disposizioni del territorio si vede il concetto di centralità. Geograficamente l’uomo ha costruito le sue abitazioni ed ha esteso il suo ambiente partendo da un centro. Ogni città ha un punto di ritrovo centrale, solitamente il più vitale ed antico. Le nazioni hanno un fulcro economico politico e culturale rappresentato dalla capitale, sede del governo. Roma capitale d’Italia era considerata in passato capitale del mondo (caput mundi) per l’estensione raggiunta dall’impero romano. Gli stessi romani dopo venti secoli hanno ancora la convinzione di essere nell’epicentro del mondo, ma questo può essere ricondotto più che ad un discorso di centralità ad una diatriba narcisistica. Alziamo ora il nostro punto di osservazione geografico come se potessimo salire più in alto: la Terra si sviluppa attorno ad un suo nucleo. Non fermiamoci, andiamo ancora più in alto. Il nostro sistema planetario è costituito da tanti corpi celesti che rivoluzionano intorno ad un’unica stella madre. Ora zummiamo fino alla più piccola particella subatomica, l’elettrone. Anch’esso rivela il suo campo elettrico partendo da un punto. E ora entriamo nel corpo umano nei movimenti cellulari, nelle interconnessioni tra organi, fluidi, membrane, sistemi e apparati. Il funzionamento di ogni parte è regolato, coordinato e sollecitato dal nostro organo centrale, il cuore. Considerato anche primum movens della vita spirituale ed affettiva. Una mancanza operativa di questa parte blocca tutto il resto. Un secondo centro che ha la nomea di essere altrettanto importante, non tanto come coordinatore fisiologico ma in quanto sede di una forza energetica e vitale oltre ad essere baricentro della massa fisica del corpo, si chiama Hara. È un punto situato secondo molte scuole zen, circa otto centimetri sotto l’ombelico. Per sfruttare questa fonte si praticano molte tecniche di meditazione. Ma è anche una zona molto delicata. La famosa forma di suicidio regolata da un preciso cerimoniale nella tradizione giapponese prevedeva che i samurai conficcassero la lama della loro spada proprio in quel punto. In quel modo avrebbero trovato morte certa per fronteggiare il profondo smacco del disonore.

Tutti questi esempi ricordano il valore del centro sia per quanto riguarda l’ambito biologico che l’assunto generale nell’uomo di sicurezza, stabilità, fermezza, ritrovo, familiarità, coscienza.

La centralità non è fatta solo di punti teorie esercizi conoscenze, ma si manifesta attraverso fenomeni ben più concreti: le azioni quotidiane. Si distingue una persona centrata osservando le sue azioni esterne. Un sutra narra un episodio significativo della vita del Buddha: un giorno l’illuminato dopo una meditazione camminata incontra alle porte di un monastero il re Pasenadi, amico del maestro e frequentatore degli insegnamenti. Mentre si scambiavano saluti passarono accanto a loro sette asceti. Non vestivano abiti, non si lavavano né si radevano la barba e capelli, non tagliavano le unghie e si sottoponevano a pratiche ascetiche molto dure. Il re dopo essersi inchinato con rispetto davanti agli asceti per tre volte, li guardò incuriosito mentre si allontanavano. Poi rivolto al Buddha gli chiese se ritenesse che quelle persone fossero sagge e centrate. Il Buddha sorrise e comprese che per un uomo di stato, abituato a frequentare persone che si occupano di governo e di politica, fosse difficile distinguere una persona centrata incontrandola solo una o due volte. Tuttavia rispose che per distinguere queste qualità bisogna vivere accanto agli esseri umani e valutarne attentamente i comportamenti. Le reazioni davanti ad eventi sfavorevoli, la fermezza delle parole e la coerenza nelle decisioni. La saggezza nell’affrontare le difficoltà e l’intensità della gioia in ogni momento quotidiano.

Proviamo ad avvicinarci allora ai criteri con i quali distinguiamo tali azioni che, essendo così raccolte, possiamo intenderle provenire da una parte più intima dell’essere rispetto a quell’agire che per definizione è più periferico e automatico. Un primo fondamento può essere individuato provando a pensare a qualche episodio della vostra vita in cui avete compiuto un gesto piacevole, che vi ha fatto sentire bene e in armonia con voi stessi. Ora cogliete la qualità sottesa in quella specifica occasione e fate una distinzione importante: riscontrate la differenza tra il compiacimento che proviene dall’espressione di un valore autentico rispetto quell’appagamento che assomiglia più alla risoluzione di un bisogno. Ad esempio il valore puro dell’amicizia quando è lealtà e altruismo è opposto al bisogno di gratificazione, di rivincita, la necessità di mettere fine ad un rancore, di risolvere una ripicca, o un risarcimento. Non possiamo negare che a volte siamo persuasi ad attivarci e proviamo piacere proprio nel soddisfare queste occorrenze. Nel primo caso lo stato di benessere rispecchia la naturale fluidità dell’azione. Ad esempio quando siamo in amicizia, gioiamo per il fatto stesso di essere in compagnia di una persona cara. L’atto naturale di essere aperti e scherzosi è appagante di per sè. La pienezza dell’espressione sincera della fratellanza e della familiarità, della coeranza con noi stessi (quando lo siamo), va addirittura oltre il bisogno di essere ricambiati. In quel momento siamo portatori di affetto simpatia stima, attributi essenzialmente umani, come umani siamo. Diversamente, se agiamo mossi da un dovere dall’assolvenza di un’obbligo persuasi da un opportunismo o sollecitati dall’urgenza di colmare una mancanza, l’appagamento assomiglia alla risoluzione di una tensione, all’appianamento di uno sforzo, all’assolvimento di uno sfogo. Come una valvola che sfiatando lascia fuoriuscire una pressione.

L’azione più autentica ha quindi con specifiche peculiarità. Innanzitutto è guidata da valori che più rappresentano profondamente la nostra persona come ad esempio amicizia, gioia, giustizia. Parliamo di un’aspirazione, di un’intuizione, energie spontanea che vibra di un’intrinseca nota. In secondo luogo produce un effetto che non è una mera risoluzione di una tensione o appagamento di un bisogno ma è l’espressione di un naturale stato dell’essere nella sua armonica interazione con la vita e con l’ambiente.

Se siamo centrati siamo completamente “in noi”, all’opposto del caos e della confusione portato da qualche evento interno o esterno che ci spinge “fuori di noi”. L’azione che viene dal centro è spontanea, intima, viene da una espressione naturale che non ha bisogni e non si fa influenzare da sollecitazioni esterne particolari. È coerente, consona, costruttiva, saggia. Una tale azione non può avere intenzioni nocive dirette. Molti maestri indiani hanno ribadito più volte questo concetto. Qualsiasi gesto brutale fino ad arrivare ad un assassinio o un atto suicida non possono essere iniziative consapevoli. L’uomo in quei momenti non è consapevole.

L’azione centrata viene da un desiderio intimo, e se i valori alla base di questo desiderio non sono profondamente nostri è probabile che il desiderio si arresti e perda di intensità come un albero che avvizzisce senza il nutrimento della terra e del clima appropriato alla sua specie. Una palma piantata nell’Himalaya perirà in qualche giorno, la stessa pianta a Maiorca troverà la giusta linfa per crescere forte e solida. Diversamente il Cedrus Deodara, albero che vive solo in una condizione climatica che supera i 1500 metri di altezza non potrà sopravvivere in un deserto o ai piedi di una collina. Trovare il giosto motore delle nostre azioni è un po’ come piantare nel luogo appropriato ogni pianta, se può vivere in città o in appartamento allora ci guardiamo bene dal collocarla al freddo. I valori giusti che sottendono le nostre azioni, motori delle scelte e delle direzioni, sono come il giusto clima diverso per ogni tipo di vegetale. Senza il rispetto dei cicli vitali e la pazienza nell’attesa dei primi boccioli e nell’osservanza delle stagioni, non siamo in linea realmente con quel fenomeno naturale. Allo stesso modo i valori in cui crediamo e che sentiamo provenire da nostre intenzioni più profonde sono come l’humus fertile e fruttifero di un perfetto ciclo vitale. Per questo motivo l’invito più sincero è quello di prenderci cura dei valori che sono alla base e muovono ogni intenzione, perchè vengano sinceramente dal nostro centro e non da condizionamenti culturali o imprinting familiari e socilali, che non sono in risonanza con la nostra particolare e intima nota.

Lavoro corporeo sistema nervoso ed emozioni

Scritto da Marco Montanari, psicologo psicoterapeuta integrazione posturale. Articolo pubblicato sul sito Anatomytrains.it.

Riflessioni sull’importanza dell’attivazione del sistema nervoso nel lavoro corporeo.

La maggior parte delle manifestazioni emotive e delle sensazioni corporee è mediata dal sistema nervoso autonomo; quando sentiamo secchezza della bocca, senso di tensione allo stomaco, aumento della frequenza del respiro, battito cardiaco e tensioni muscolari, il sistema nervoso è attivo. Gli aggiustamenti del sistema nervoso autonomo, in generale, non accedono a livello di coscienza, ma rimangono inconsci. Il sistema nervoso autonomo viene denominato anche sistema motorio involontario per distinguerlo dal sistema motorio volontario (somatico).

La maggior parte dei movimenti generati dal sistema motorio somatico vengono controllati volontariamente, mentre la maggior parte degli adattamenti motori generati dal sistema nervoso autonomo sono di natura riflessa, cioè inconscia. Tutte le manifestazioni emotive del sistema nervoso autonomo appartengono quindi alla sfera dell’inconscio e quando il nostro corpo manifesta movimenti del sistema nervoso autonomo, mostra la nostra parte inconscia.

Il sistema nervoso autonomo si distingue in due sezioni principali: il sistema nervoso simpatico e quello parasimpatico. Il sistema nervoso simpatico controlla le reazioni di lotta o di fuga, mentre quello parasimpatico è responsabile del riposo e dell’assimilazione.

William Reich ha evidenziato che una buona salute dipende dalla capacità di attivare il sistema parasimpatico rilassante. Reich sosteneva la stretta relazione tra attivazione del sistema nervoso simpatico e disturbi emotivi.

Nel 1967 Ernst Gellhorn rivede l’importanza di un’equilibrata coordinazione attiva tra i due sistemi per mantenere una buona salute. Eccitazione, stati fisici emotivi derivati dall’attivazione del sistema simpatico devono essere seguiti da riposo e recupero con attivazione del sistema parasimpatico. L’equilibrio vitale si gioca su una continua alternanza tra questi due sistemi. Nel momento in cui è attivo il sistema simpatico siamo pronti all’azione e aumentiamo il ritmo del cuore, la pressione arteriosa, l’attivita muscolare, la respirazione. Quando è attivo il sistema parasimpatico siamo in una fase di recupero, il ritmo del cuore rallenta, la muscolatura si rilassa, la respirazione diminuisce insieme alle altre attività del corpo.

Ma l’aspetto più interessante è che tutte le emozioni sono connesse all’attivazione dei due sistemi. L’attivazione del sistema simpatico causa la manifestazione di emozioni “positive” come gioia, entusiasmo, e “negative” come rabbia, ira, frustrazione, mentre l’attivazione del sistema parasimpatico causa emozioni “positive” come amore e piacere fusionale, e “negative” come la tristezza, paura, vergogna, colpa. La salute ed il benessere di ogni persona sono presenti quando possiamo vivere pienamente e spontaneamente questa gamma di emozioni. Quando possiamo esprimerle nella maniera più completa ed autentica, in questo modo viene consentito il passaggio da un sistema all’altro in un armonioso flusso vitale. Se invece per un qualsiasi motivo ambientale, culturale, morale, personale, tratteniamo le emozioni o non ci consentiamo di viverle pienamente, da un punto di vista fisico i due sistemi non si manifestano in sequenza, ma possono interferire a vicenda o sovrapporsi. In questo caso le azioni perdono di intensità e di efficacia; è per esempio il caso in cui non riusciamo più a portare avanti un compito o un progetto, oppure il riposo ed il sonno sono disturbati, o nelle manifestazioni ansiose, dove diventa impossibile “abbandonarsi”.

Ecco perchè sottolineo l’importanza dell’intervento sulle emozioni e sull’espressività durante il lavoro corporeo, e ne spiego il motivo.

Le tensioni possono essere di due tipi: fisiche o emotive. Quando sono fisiche può essere necessario intervenire sul limite tecnico specifico che impedisce al nostro corpo di muoversi armoniosamente, cosa che può essere anche svolta da una pratica fisioterapica o riabilitativa. Quando le tensioni racchiudono un’espressione negata di noi stessi, il passaggio necessario è di riappropriarci di quel vissuto emotivo. In questo caso ogni tensione ed ogni possibilità limitata di espressione e di movimento del corpo può essere reintegrata solo attraverso un lavoro sulla espressività negata dalla tensione stessa.

A volte le tensioni corporee sono così cronicizzate che ci scordiamo perfino di averle, fanno così parte della nostra normale postura che non sentiamo neppure più il dolore e la necessità di disfarcene.

Nel lavoro corporeo il dolore provocato da un intervento di manipolazione a volte è la chiave per poterci riappropriare sensibilmente di quella parte del corpo “dimenticata”. Come quando teniamo il gesso per molti giorni e non sentiamo più la sensibilità nel braccio, solo attraverso un movimento inizialmente doloroso possiamo ripristinare la nostra normale funzionalità.

Allo stesso modo nel lavoro corporeo, attraverso il movimento, la respirazione e il tocco a volte incisivo della manipolazione, possiamo riappropriarci della armoniosità e dell’espressività del corpo. Molte volte un muscolo non si rilassa perchè è troppo “stressato”, è stato teso per tanto tempo ed è rimasto in attivazione nervosa simpatica troppo a lungo. Per poterlo rilassare e portarlo verso la sfera del sistema nervoso parasimpatico, dobbiamo prima attivarlo nuovamente. Riattivare il suo metabolismo interno attraverso l’ossigeno e gli zuccheri, e le emozioni trattenute attraverso l’espressione ed il movimento. Ecco perchè ogni lavoro corporeo, come la bioenergetica, la gestalt e l’integrazione posturale, sono sempre accompagnati da respirazione e movimento.

Molte volte le persone riscontrano stupore e meraviglia quando scoprono che il loro corpo è molto elastico, malleabile, flessibile e contiene così tante possibilità espressive. Un paziente si meraviglia di scoprire quanto può espirare o può espandere la sua cassa toracica, della qualità delle emozioni che può esprimere se emette un suono e si lascia andare al flusso emotivo del sistema nervoso presente.

Importante a questo proposito il contributo di Henry Laborit (1979): nella sua teoria sul meccanismo di inibizione dell’azione asserisce che tutto ciò che non può essere espresso nell’essere umano può trasformarsi in un blocco pervasivo e cronico, con effetti negativi sulla padronanza di sé e sulla salute psicofisica.

Peter Levine scrive qualcosa in relazione a questo blocco quando descrive il ghepardo che raggiunge un impala. La preda cade a terra al momento del contatto in una morte apparente, ma ciò che si verifica nel corpo dell’impala è simile a quello che succede in un’auto quando si preme nello stesso momento l’accelleratore e il freno. L’antagonismo tra la corsa interna del sistema nervoso (motore) e l’immobilità esterna del corpo (freno) produce all’interno del corpo una forte agitazione simile ad una tempesta.

L’animale successivamente se si salva la vita, scarica tutta l’energia mobilitata e regola nuovamente il suo sistema nervoso; l’uomo invece omette spesso questo passaggio e il suo corpo rimane contenitore di un trauma. Quando non è possibile riportare alla luce un vissuto personale con il ricordo, con la memoria, o attraverso la visione del film della nostra vita, occorre trovare una nuova chiave, una via di accesso nuova che non si serve del pensiero o dell’immaginazione, ma dell’attenzione ai fenomeni corporei.

Alla fine del secolo scorso William James scriveva: “Ci sentiamo afflitti perché piangiamo, adirati perché picchiamo qualcuno, impauriti perché fremiamo e non al contrario piangiamo, picchiamo qualcuno o fremiamo perché siamo afflitti, adirati o impauriti a seconda dei casi”.

Quindi l’esperienza cosciente che chiamiamo emozione viene fatta dopo la ricezione delle informazioni circa le modificazioni delle nostre condizioni fisiologiche o attraverso l’azione.

Riproducendo l’attivazione del nostro sistema nervoso attraverso l’amplificazione di una sensazione con l’uso della respirazione e del movimento, è possibile aprire quella porta che accede all’emozione trattenuta nel corpo. Il movimento e la respirazione diventano la chiave corporea per riprodurre quelle informazioni fisiologiche tanto quanto una visualizzazione immaginativa o un pensiero lo è per la mente.

Tuttavia questa teoria è in grado di spiegare solo un aspetto del comportamento emozionale, non si spiega infatti come ci si può sentire coinvolti emotivamente anche dopo la scomparsa delle manifestazioni fisiologiche delle emozioni. Ma lascio per ora questo argomento al prossimo articolo con un invito per tutti noi: “se prestiamo più attenzione al nostro corpo, saremo più presenti al nostro inconscio”.

Lavoro connettivale sulle fascie e vissuto della persona

Scritto da Marco Montanari, psicologo psicoterapeuta integrazione posturale.

In questo breve articolo desidero volgere l’attenzione su alcuni punti importanti per raggiungere un completo rilascio fasciale e porre uno sguardo alla stretta connessione tra tessuto connettivo e personalità.

Ho sentito sempre più l’esigenza di chiarire questi punti riscontrando spesso, nella mia esperienza, che un rilascio muscolare puramente tecnico non è l’intervento definitivo e duraturo sulle fasce e sulla postura. Per esempio, se desideriamo liberare manualmente muscoli intorno al collo come scaleni, sternocleidomastoideo o prevertebrali, dopo una seduta possiamo verificare che alla prima situazione, spesso relazionale, nella quale la persona ritorna in contatto col medesimo conflitto che ha provocato le sue tensioni, si ripresentano le stesse restrizioni muscolari o corazze posturali.

Gli studi di Stanley Keleman da un punto di vista dinamico, e di Candace B. Pert da un punto di vista più biologico molecolare, hanno assodato oramai da tempo l’inscindibile relazione esistente tra tessuto muscolare, postura e vissuti personali. Impatti emotivi dell’ambiente o sistemi di credenze sono in grado di modificare il nostro corpo in nuovi e sempre mutevoli adattamenti. In particolare, il corpo diventa contenitore di traumi o pesi (soma) avvenuti troppo in fretta o non elaborati. Possiamo immaginarlo come un momentaneo deposito nel quale stagnano emozioni non assimilate o non indirizzate espressivamente nell’ambiente.

Se ritorniamo al nostro obiettivo di liberare muscoli intorno al collo, diventa quindi complementare all’utilizzo corretto del lavoro sul connettivo insieme alla conoscenza dei tessuti e l’attenzione al contenuto emotivo – espressivo celato dietro le tensioni. Una restrizione al collo può racchiudere, ad esempio, un’emozione di tristezza o paura, e se questo vissuto non viene portato a consapevolezza, automaticamente una nuova emozione di tristezza o paura rigenererà lo stesso schema.

In altre parole, nelle tensioni muscolari sono racchiuse parti di noi che non hanno avuto uno spazio, che non sono riuscite ad esprimersi. Proviamo per un attimo a chiudere gli occhi focalizzando l’attenzione su una parte tesa del nostro corpo e proviamo a rispondere a questa domanda: “Chi sta tendendo? Chi è responsabile di questa forza?”. La risposta è, inevitabilmente: “noi” o se vogliamo, una parte di noi che sta funzionando automaticamente, al di fuori del nostro controllo cosciente.

L’importanza dell’atto di consapevolezza diventa quello di conoscere, possedere e indirizzare tale attività energetica subcosciente che si manifesta in restrizioni fisiche – comportamentali stereotipate, verso attività più flessibili, aperte, dinamiche ed espressive.

Il lavoro sulle fascie connettivali diventa, così inteso, una sinergia tra l’attività manuale sulle fasce e di dialogo con parti della persona che sottendono tali tensioni.

Metaforicamente possiamo pensare che non è possibile pretendere di entrare, con modalità irrompente, dalla porta di un’abitazione senza chiedere il permesso a chi la abita, allo stesso modo non è possibile lavorare sull’apertura di una fascia muscolare senza rispettare l’ospite, ovvero quella parte di noi che la anima.

Da qui verifichiamo la coesistenza tra corazza muscolare e personalità o subpersonalità, (etimologicamente dal greco persona significa maschera). Con personalità possiamo intendere l’organizzazione relativamente stabile del rapporto dell’individuo con il mondo esterno, ovvero sia il nostro modo di essere al mondo in un determinato momento ed in relazione ad un certo ambiente sociale e fisico. Allo stesso modo quella struttura corporea costituita da tensioni, posture e atteggiamenti in risposta ad adattamenti ambientali, si manifesta con schemi motori ripetuti ed automatici in maniera consistente nel tempo, e non è modificabile assumendo semplicemente posture differenti o cambiamenti comportamentali imposti.

Infatti, liberare in modo risolutivo una tensione corporea non significa applicare una tecnica. La richiesta comune delle persone è spesso quella di togliere un dolore, un male, come se una tensione fosse qualche cosa di esterno a noi, che non ci riguarda personalmente ma semplicemente qualcosa di fastidioso e da eliminare. In questa visione ricadiamo nell’abitudine di vedere il nostro corpo come un oggetto, come un utensile che si è rotto e non funziona bene, e lo portiamo a “riparare” da una persona che conosce bene la “meccanica” del problema e ci elimini il fastidio nel minor tempo possibile, auspicabilmente nella maniera più indolore. Così facendo tralasciamo la connessione tra il nostro corpo e la nostra identità, dimenticandoci che il corpo è lo specchio della nostra vita e del nostro esserci al mondo: ogni tensione è il modo migliore che abbiamo di manifestarci in un momento particolare della nostra esistenza, è una parte di noi che si esprime nel qui ed ora.

Per dare movimento e direzione a queste “esistenze” bloccate, accanto ad ogni manovra sul tessuto connettivo è importante dedicare uno spazio a processi d’intensificazione espressiva delle tensioni, attraverso il respiro, il suono, il dialogo.

L’uso del respiro intensificato sull’inspirazione per caricare a livello energetico il tessuto e successivamente intensificato sull’espirazione per favorirne il rilascio durante le manovre connettivale, è uno strumento diretto che agisce sul sistema nervoso, ed accanto alla liberazione muscolare favorisce una liberazione espressiva ed emotiva. In questo, un particolare ringraziamento va al metodo Painter: ritengo utilissimo l’uso dell’onda energetica e della direttività dell’energia fine, come strumento attivo nel rilascio somato-emotivo-connettivale.